lug 21, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Non solo jadar

Ieri abbiamo visitato il campo profughi di Aida, vicino a Beit Jala. Volevamo vedere piu da vicino lo jadar, il muro in arabo.

Due precisazioni: quando leggete “campo profughi” non dovete immaginare una tendopoli. Aida esiste ormai da 64 lunghi anni. E durante questo tempo, la gente ha malgrado tutto cercato di ricostruirsi una vita. Cominciando da una casa. E cosi avanti fino a ricreare un paese.

Ma quali profughi? Inizialmente, nel ’48 si trattava di tutti coloro i quali si erano insediati nei dintorni di Gerusalemme per scappare alla guerra arabo-israeliana (per gli israeliani, dell’indipendenza), scoppiata dopo la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948 (oggi, giorno di festa per gli israeleini e giorno di lutto per i palestinesi, che lo chiamano nakba, la catastrofe).

Oggi nel campo-paese vivono i figli dei figli, ad eccezione di quei figli dei figli che hanno la possibilita di emigrare per costruirsi una vita altrove.

Lungo uno dei lati di Aida, seguendo un percorso non sempre diritto come potremmo immaginarci, corre jadar, alto nove metri e ricoperto di filo spinato.

Siamo saliti sul tetto di una casa, dove sono installate le cisterne d’acqua. Da lì riusciamo a vedere gli insediamenti dall’altro lato del muro. E cosi anche i loro tetti. Niente cisterne.

Mentre le prime abitazioni dei coloni si trovano a mezzo km  dal muro, dal lato palestinese la distanza dalla barriera ha la misura di una strada normale.Dove spesso bisogna fare marcia indietro perché in due non ci si sta.

E mentre da questa parte il muro è colorato, disegnato, scritto, bruciato, sporco e odiato, mi immagino che dall’altra sia intonso.

Un insediamento israeliano nei territori palestinesi

Un insediamento israeliano nei territori palestinesi

L’ acqua è una questione delicata in questi campi-paese, dove spesso d’estate non ci si puo permettere più di due docce al mese.

Non sono mai stato in una casa di uno dei tanti insediamenti israeliani circostanti, ma qui tutti mi dicono che lì di acqua ne hanno in abbondanza. E mi sembra plausibile, viste le rigogliose coltivazioni attorno agli insediamenti che costeggiamo sulla strada verso il villaggio di Kherbet Zakarya.

Il villaggio

Il villaggio

Kherbet Zakarya, più di Aida, è un villaggio fatiscente. Ed è difficile rimanere impassibili quando, dopo aver percorso le aree urbane costruite dai coloni negli ultimi trent’anni (dopo la guerra dei sei giorni) su queste colline a sud di Gerusalemme, finalmente lo raggiungiamo.

Il villaggio conta 600 anime, più qualche mucca e diverse pecore. I suoi abitanti non hanno il diritto di costruzione: è cosi dal 1967. Le strade sono sterrate: vietato asfaltare. Pochi campi da coltivare: quasi tutti sono stati confiscati.

Perfino il minareto è rimasto a metà. Le autorità israeliane ne hanno bloccato la costruzione. Il divieto vale anche per i luoghi di preghiera.

Il minareto non finito

Il minareto non finito

Da uno dei suoi angoli polverosi, si scorge un insediamento israeliano sul lato opposto della collina. In particolare, dal centro ricreativo del villaggio, costruito in pietra con il tetto in zinco (che significa caldo d’estate e freddo d’inverno) si vedono una sinagoga e quello che ci viene indicato come un polo iniversitario.

Vicino a un campo giochi che sembra una discarica, facciamo la nostra intervista, in un puzzo di urina ed escrementi che  per fortuna assale le narici solo a tratti.

Il campo giochi del villaggio

Il campo giochi del villaggio

Due bimbi seguono la nostra troupe. Sono le loro scarpe a colpire la mia attenzione: in perfetto pendant con il loro villaggio, quasi da buttar via. (pf)

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