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giu 9, 2012 - Giugno 2012    Non ci sono commenti

Cassa Padana in Palestina

L’ospitalità palestinese è un’ennesima conferma nel viaggio del CdA di Cassa Padana in Palestina di inizio giugno.

Le donne delle cooperative di risparmio e credito create dal Parc, l’ong palestinese con cui la banca è in contatto da un anno e mezzo, sono una certezza e ci viziano al ritmo di un piatto tipico ogni mezz’ora, innaffiato da litri di limonata alla menta. Ed è un sicuro addio alla prova costume.

 

Riso alle mandorle delle donne della cooperativa di Nablus

Tra riso alle mandorle, pollo allo spiedo e yoghurt ci raccontano degli sforzi enormi con cui sono riuscite a creare cooperative che ad oggi sono un punto di riferimento per i paesini isolati in cui vivono, una realtà ormai consolidata e a cui non è possibile rinunciare.
Le cooperative di Jenin, Nablus, Salfit sono un po’ il fiore all’occhiello di questo esperimento sociale iniziato dal Parc più di dieci anni fa. Nonostante le enormi difficoltà nel coprire i costi della propria istituzione, le donne non rinunciano a fare progetti sociali ed hanno un’invidiabile energia da vendere.
Con occhi vividi, traditori di un’innata arguzia e messi in primo piano da veli sempre perfettamente intonati ai loro vestiti, le donne ci spiegano che per arrotondare le entrate le loro cooperative hanno preso in gestione alcuni bar di scuole della zona, riuscendo così a creare posti di lavoro per le socie. Da perfette amministratrici delle risorse a loro disposizione, le donne stanno anche pianificando qualche investimento immobiliare, per creare scuole private, sale riunioni, locali per fare corsi, oltre che dare un’area espositiva ed un canale di commercializzazione al vario artigianato prodotto dalle socie.
Gli enormi sforzi quotidiani sono sempre volti a creare lavoro e dare occasione di formazione all’altra metà del cielo, di certo non favorita dal contesto locale. Ai figli, poi, viene dedicata buona parte dell’attenzione: i prestiti concessi sono spesso usati per coprirne i costi di istruzione, ma la cooperativa di Nablus si sta anche ingegnando a fare accordi con l’università per porsi come interlocutore di tutte le socie e pagare direttamente i costi di iscrizione, spuntando così un prezzo migliore.

 

La menta, regina della cucina palestinese

La cooperativa è un appuntamento ormai fisso verso l’emancipazione sociale delle donne palestinesi. È in questi locali, dove la cucina la fa da padrona, che le socie iniziano a scoprire un luogo di intima autodeterminazione, dove la libertà ha il sapore del pesto alle olive e il profumo del sapone fatto in casa, tutti progetti che permettono alle donne di avere un reddito con il quale costruire un futuro di democrazia sociale.

Per questo è così importante mantenere una discriminazione di genere: se le cooperative iniziassero ad accogliere uomini tra i propri soci, le mogli non potrebbero più partecipare. E chissà quale destino avrebbero donne che già devono combattere ogni giorno con le sparatorie dei coloni che aspettano che raccolgano le olive per farle scappare e potersi tenere il raccolto. O che vivono in aree sotto amministrazione israeliana per la sicurezza, dove l’autorità palestinese non può occuparsi, ad esempio, della raccolta dei rifiuti e gli israeliani non la fanno deliberatamente.
La microfinanza è quindi una leva i cui effetti vanno ben al di là della mera emancipazione economica.
Ma non solo.
L’avere introdotto una centrale rischi comune per banche e istituzioni di microfinanza ha avuto un effetto dirompente: i clienti che hanno ricevuto microcrediti e li hanno ripagati in tempo hanno dimostrato di essere affidabili anche senza garanzie e ora possono essere clienti di banche e accedere a prestiti maggiori a tassi più bassi.
La microfinanza scardina la finanza tradizionale dall’interno e ne allarga gli orizzonti.


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