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lug 17, 2012 - Luglio 2012    1 Commento

Benvenuti in Palestina

La grande strada che porta da Tel Aviv a Gerusalemme è in territorio israeliano. A destra e sinistra è Palestina.

Te lo annunciano i check point ai lati delle strade, in corrispondenza dei paesi. Te lo raccontano i minareti che svettano verso un cielo blu. Lo tocchi con mano nel muro che in alcune zone “protegge” la strada.

In neppure un’ora siamo ai piedi della città santa. Ma noi siamo diretti verso Betlemme.

Lungo la strada ci accompagnano gli insediamenti dei coloni israeliani in terra palestinese.

I check point, a quest’ora poco affollati. Siamo in Palestina ma i palestinesi non possono percorrere questa strada in auto. Solo a piedi. E con i permessi necessari.

A Beit Jala, il mondo in qualche modo cambia. Betlemme, profumata di gelsomino sfiorito e di frutta marcita al sole, è dietro l’angolo

In questo paese della Cisgiordania il cui nome sembra derivi dall’aramaico “tappeto d’erbe”, famosa per la lavorazione del legno d’ulivo, di erba non ce n’è più neppure un filo. Tutto è arso dal sole di luglio.

Qui a Beit Jala, 15.000 abitanti soprattutto cristiani e  con una minoranza mussulmana, con sei chiese di cui una ortodossa della Vergine Maria (la più antica) e due moschee, inizia il nostro lavoro.

Fra due ore incontriamo gli avvocati della Society of St.Ives che si occupa del caso Cremisan, dei suoi conventi e del muro che arriverà.

Fra preziose vigne. Per “questione di sicurezza”. (mp)

 

 

lug 16, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

In Israele, liberi di essere ingenui

Se è vero che in Israele tutte le strade portano a Gerusalemme e tutte le strade cominciano con un posto di blocco, per noi il sapore di queste terre inizia appena scesi dall’aereo.

Piero viene fermato dalla sicurezza. E io pure. Silvano passa oltre.

Diamo i passaporti e iniziano le domande.

Chi siamo, dove andiamo, perché siamo in Israele, quanto stiamo, dove alloggiamo.

Noi, ingenui, diciamo che andiamo a Betlemme. Perché? Ovvio a vedere i luoghi santi. Proprio Betlemme? ci chiede il poliziotto.

Si certo, Betlemme. E quale relazione c’è fra voi due? Mamma e figlio, rispondiamo. Lui non ci crede.

Piero fa notare che sì, abbiamo un cognome diverso, ma è così che funziona per i figli in Italia.

Lo strano dialogo (in inglese) dura una decina di minuti, non di più. Solo una volta fuori dall’aeroporto di Tel Aviv, un amico ci spiega che siamo stati fortunati.

Chi dice che sta andando a Betlemme (per inciso, Palestina) viene interrogato per un paio d’ore.

Vivere in un paese dove ci si muove liberamente, c’è libertà di parola e di pensiero, ci ha reso ingenui. E sinceri. 

 

lug 13, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Verso Betlemme

Ultimi giorni di preparazione. Cassa Padana, che ha un progetto di cooperazione in Palestina, ha dato l’ok.  Il volo è acquistato. Il programma di viaggio quasi completato. Dobbiamo definire le ultime questioni, più che altro tecniche.

Stiamo partendo. Per la Palestina. Per la valle di Cremisan, sopra Betlemme.

In Palestina

Silvano (mago della telecamera), Macri (io, la giornalista attempata) e Piero (figlio della giornalista, studente di diritti umani, nonché arruolato come fotografo e traduttore).

Partiamo lunedì 16 luglio da Venezia e rientriamo domenica 22. Sei giorni per raccogliere materiale, informazioni, interviste sul futuro muro che potrebbe dividere il convento delle suore salesiane dai villaggi palestinesi. E soprattutto dai bambini che in quel convento vanno a scuola.

Il convento, che si trova nell’area C della West Bank a nord ovest di Betlemme, è presente dal 1960 e ospita una scuola primaria, un asilo, una scuola per bambini disabili, attività educative pomeridiane e tre campi estivi per i bambini.

Il convento

Il convento

Lo frequentano circa 400 bambini, maschi e femmine, mussulmani e cristiani, che vivono nei vicini paesi di  Bethlehem, Beit Jala, Beit Sahour, Al-Walajeh.

L’ordine dei militari israeliani per la costruzione del muro risale al 2006. Da quell’anno le suore sono in contatto con le forze armate israeliane  per trovare una soluzione che non penalizzi i palestinesi e le loro stesse attività.

Gli israeliani hanno prospettato due opzioni:

1. Il muro verrebbe costruito sulle terre di proprietà del convento lasciando sia quest’ultimo che la scuola nell’area palestinese.

Il convento resterebbe quindi tagliato fuori dalle sue terre alle quali accederebbe tramite un cancello che verrebbe aperto solo in alcuni periodi dell’anno.  Il muro, alto sei metri, verrebbe costruito lungo l’attuale recinzione della scuola, bloccando la vista sulla vallata e creando un’atmosfera da prigione.

Da quel momento non sarebbe più possibile né ampliare l’area della scuola né avviare nuove attività educative.

La valle della scuola

La valle della scuola

La seconda opzione:
2. il muro passerebbe di fronte al convento, lasciando la scuola nell’area israeliana. Ma i bambini abitano in Palestina….

Il muro potrebbe prevvedere un posto di blocco per accedere all’area della scuola, ma sarebbe aperto solo per far passare i bambini, gli insegnanti e lo staff del monastero (che però, paradossalmente, dovrebbe munirsi dei permessi necessari per accedere alla propria scuola).

I genitori sono stati chiari: non manderanno più i bambini a scuola se dovranno passare un posto di blocco.

La questione è tutt’ora aperta. Dal punto di vista legale, le suore sono seguite dal Centro per i diritti umani  Society of St. Yves.

Saranno loro che ci accompagneranno in questa nostra missione che ha un chiaro obiettivo: documentare con immagini, video, parole, interviste e testimonianze quanto sta accadendo nella profumata valle di Cremisan. (mp)

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