Navigando "Marzo 2014"

Il surreale a Hebron

di Fabio Ardigò

Se si vuole conoscere l’irreale è consigliabile fare un viaggio da queste parti, ma se si vuole conoscere il surreale non c’è niente di meglio che visitare Hebron. La popolazione è quasi totalmente araba, siamo all’interno della Cisgiordania. Tuttavia a presidiare la terra dove Abramo comprò una caverna a 700.000 dollari attualizzati (il fatto e la valutazione non sono frutto di ubriacatura di chi scrive, ma sono riportati su un volantino regolarmente distribuito presso la tomba dei patriarchi) sono stati importati 300 coloni per difendere i quali la città è stata militarizzata con la presenza di 2.000 soldati (anche in questo caso garantisco sulla sobrietà di chi scrive). I coloni occupano le case del centro ma non potendo integrarsi col resto della popolazione vivono in quelle che stanno ad un livello più elevato sulla strada; così abbiamo gli arabi che vivono a piano terra di un immaginario condominio e i coloni che stanno al piano rialzato. Dal momento che questi ultimi trovano molto più comodo lanciare la spazzatura dalle finestre che effettuarne regolare raccolta, fra le case dei palestinesi che abitano al livello più basso sono state stese delle reti per evitare che la spazzatura arrivi a imbrattare le loro strade. Passeggiare fra i vicoli del Suk con la spazzatura che pendola sulle proprie teste intrappolata fra le reti è stato ancora una volta davvero surreale. Ma ciò per cui Hebron è così visitata sono le tombe dei Patriarchi. Abramo, padre comune, metterà d’accordo tutti almeno una volta davanti alla sua tomba? Niente affatto! Moschea e sinagoga si dividono uno stesso edificio con entrate opposte e separate e con i sepolcri di Abramo e Sara al centro, visibili per tutti i fedeli solo dal lato da cui si è entrati; alcuni vetri antiproiettile evitano che fra una preghiera e un salmo scappi qualche pallottola verso chi sta sul fronte opposto. E per quanto riguarda figlio e nipote? Isacco e signora sono nella moschea (e quindi inaccessibili per gli ebrei) mentre Giacobbe e consorte sono ospiti della sinagoga (stessa sorte per i musulmani). Perplessi da quanto visto (in una città peraltro splendida e affascinante) torniamo alla macchina, pronti a tornare alla normalità, quando la nostra attenzione viene catturata da una signora che esce di casa dalla finestra calandosi grazie a una scala a pioli. A questo punto non siamo più nemmeno noi sicuri di essere sobri. Ma con poche parole anche questo mistero viene spiegato: la porta d’ingresso è dall’altra parte della casa, ma è stata murata dagli Israeliani. Siamo più tranquilli, per tutto c’è una spiegazione sensata.

Come nasce una colonia

di Flavia Vighini

Si parla spesso di insediamenti illegali nei territori palestinesi, le cosiddette colonie israeliane o o settlements.

In Palestina ce ne sono centinaia, ma come nasce una colonia?

Proprio ieri ho visto il principio di una nuova colonia, una tenda da camping piazzata vicino a Betlemme.

Funziona così: un abitante di Israele, spesso e volentieri agevolato dal Governo Israeliano, si addentra nei territori della Cisgiordania e insedia un primo accampamento su un terreno di proprietà palestinese: può essere un campo coltivato, un’altura di una montagna, o una zona dove crescono olivi (che provvederà a tagliare di sua iniziativa).

La domanda sorge spontanea: ma non si può mandare via?

La risposta è: se vuoi salvarti la pelle, evita di protestare!

Alla prima avvisaglia di pericolo il colono chiamerà i soldati israeliani che, armati fino ai denti, costruiranno attorno al suo accampamento una barriera. La tenda diventerà una bella casetta, la prima di una lunga serie. I soldati non abbandoneranno il posto a protezione costante dei coloni e faranno costruire delle strade a loro esclusivo passaggio.

Ma il peggio dovrà ancora arrivare: una lettera sarà inviata alle case dei palestinesi abitanti vicino al nuovo insediamento ammonendoli di abbandonare la loro casa perché verrà demolita per motivi di sicurezza.

Principio di colonia

La freccia indica la colonia, mentre nel punto in cui è stata scattata la foto si trova la casa che ha ricevuto l’avviso di demolizione

 

 

Pietre volanti

di Flavia Vighini

È tardo pomeriggio e stiamo tornando a Ramallah.

Oggi abbiamo visitato la Cooperativa di Risparmio e Credito di Toubas. Abbiamo intervistato il Consiglio di Amministrazione, le Tesoriere e la Coordinatrice della Cooperativa nell’ambito del progetto Start Up Palestine della Cooperazione Italiana. Si tratta di un progetto che intende agevolare l’accesso finanziario alle fasce più deboli della popolazione, in primis alle donne. Veicolarlo attraverso le Casse di Credito e Risparmio delle donne palestinesi sembra la soluzione ottimale e noi siamo qui per questo, per farne una valutazione, per capirne le criticità e le buone pratiche.

Anche oggi è stata una giornata produttiva, in macchina ridiamo e scherziamo, suoniamo il clacson più del solito (qui tutti suonano il clacson e non vogliamo essere da meno!). Fiancheggiamo un deserto di pietre, basse montagne rocciose inospitali per la vegetazione.

Ad un certo punto un botto. Penso di aver preso un sasso con la ruota. Realizzo solo dopo qualche secondo che il finestrino del passeggero è frantumato, Mohammed, che siede accanto al finestrino, è senza fiato. Accostiamo.

Ci hanno lanciato una pietra dalla montagna. La nostra auto ha la targa israeliana, il loro obiettivo era colpire i coloni. Non siamo gli unici ad essere stati colpiti. Una macchina ha una botta sulla fiancata, un’altra ha tamponato un camion che probabilmente ha frenato di colpo. C’è un’ambulanza.

Vogliamo chiamare la polizia, ma a quale polizia ci rivolgiamo? Palestinese? Israeliana? Questa strada è in Area C, territorio palestinese ma sotto l’amministrazione e la forza militare israeliana.

Alla fine arriva la polizia palestinese: “Ci dispiace, sono stati dei ragazzini”.

Per fortuna non è successo niente di grave. Ora però dobbiamo andarcene da qui, la polizia palestinese non può intervenire su questa strada, se la trovano succede un pasticcio. E poi non è sicuro stare in questa zona, potrebbe arrivare qualche altra pietra. Seguiamo la polizia fino al primo territorio palestinese. Ora possiamo fare denuncia contro ignoti, ma ci servirà solo per l’assicurazione. Da quanto ne sappiamo la reazione degli israeliani potrebbe essere spropositata nei confronti di questi ragazzini e noi sappiamo bene che questi lanci di pietre non rappresentano la Palestina.

 

Il Freedom Theatre di Jenin

My dream is that the Freedom Theatre will be the major force, cooperating with others in generating a cultural resistance, carrying on its shoulders universal values of freedom and justice. Juliano Mer Khamis

Il Freedom Theatre di Jenin nasce nel 2006 nel campo profughi di Jenin, in Palestina, dalle macerie dello Stone Theatre, distrutto nel 2002 durante l’invasione israeliana. Lo Stone Theatre era stato voluto da Arna Mer Khamis durante la prima Intifada. Arna, rivoluzionaria donna di famiglia ebrea, aveva dedicato la sua vita alla lotta per la libertà e i diritti umani, in particolare nei territori occupati della Palestina.

Nel 2006 Juliano, il figlio di Arna, rifondò il teatro chiamandolo Freedom Theatre, ma nel 2011 ignoti lo hanno assassinato brutalmente.

Nonostante il vuoto lasciato da Juliano, il Freedom Theatre ha continuato a resistere e attraverso l’arte continua a sostenere la lotta per la libertà.

Durante una nostra breve visita abbiamo anche scoperto che Eyad Hourani, uno dei candidati all’Oscar 2014 per il miglior film in lingua straniera (ndr Omar per la regia di Hany Abu-Assad), è un diplomato del Freedom Theatre!

You don’t have to heal the children in Jenin. We are not trying to heal their violence. We try to challenge it into more productive ways. And more productive ways are not an alternative to resistance. What we are doing in the theatre is not trying to be a replacement or an alternative to the resistance of the Palestinians in the struggle for liberation, just the opposite. This must be clear. I know it’s not good for fundraising, because I’m not a social worker, I’m not a good Jew going to help the Arabs, and I’m not a philanthropic Palestinian who comes to feed the poor. We are joining, by all means, the struggle for liberation of the Palestinian people, which is our liberation struggle. . . . We’re not healers. We’re not good Christians. We are freedom fighters. – Juliano Mer Khamis 


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