Il Freedom Theatre di Jenin

My dream is that the Freedom Theatre will be the major force, cooperating with others in generating a cultural resistance, carrying on its shoulders universal values of freedom and justice. Juliano Mer Khamis

Il Freedom Theatre di Jenin nasce nel 2006 nel campo profughi di Jenin, in Palestina, dalle macerie dello Stone Theatre, distrutto nel 2002 durante l’invasione israeliana. Lo Stone Theatre era stato voluto da Arna Mer Khamis durante la prima Intifada. Arna, rivoluzionaria donna di famiglia ebrea, aveva dedicato la sua vita alla lotta per la libertà e i diritti umani, in particolare nei territori occupati della Palestina.

Nel 2006 Juliano, il figlio di Arna, rifondò il teatro chiamandolo Freedom Theatre, ma nel 2011 ignoti lo hanno assassinato brutalmente.

Nonostante il vuoto lasciato da Juliano, il Freedom Theatre ha continuato a resistere e attraverso l’arte continua a sostenere la lotta per la libertà.

Durante una nostra breve visita abbiamo anche scoperto che Eyad Hourani, uno dei candidati all’Oscar 2014 per il miglior film in lingua straniera (ndr Omar per la regia di Hany Abu-Assad), è un diplomato del Freedom Theatre!

You don’t have to heal the children in Jenin. We are not trying to heal their violence. We try to challenge it into more productive ways. And more productive ways are not an alternative to resistance. What we are doing in the theatre is not trying to be a replacement or an alternative to the resistance of the Palestinians in the struggle for liberation, just the opposite. This must be clear. I know it’s not good for fundraising, because I’m not a social worker, I’m not a good Jew going to help the Arabs, and I’m not a philanthropic Palestinian who comes to feed the poor. We are joining, by all means, the struggle for liberation of the Palestinian people, which is our liberation struggle. . . . We’re not healers. We’re not good Christians. We are freedom fighters. – Juliano Mer Khamis 

nov 14, 2012 - Missioni    Non ci sono commenti

Ultima udienza rinviata a febbraio 2013

Ieri la Corte di Israele ha ascoltato gli ultimi testimoni sul caso Cremisan e il muro di separazione che potrebbe dividere in due la valle e separare 58 famiglie di palestinesi dalle loro terre.

Non solo muro

La giornata di ieri avrebbe dovuto essere quella finale. Dei dibattimenti conclusivi della difesa, seguita dal centro cattolico per i diritti umani, Society of St.Ives di Gerusalemme.

E invece la Corte ha preso tempo. Limitandosi ieri ad ascoltare gli ultimi testimoni e rinviando la fase finale della querelle giudiziaria al 12 febbraio 2013.

Le vigne della valle di Cremisan

Le vigne della valle di Cremisan

Qualche mese in più per riflettere e magari sperare in un intervento americano per convincere Israele a cambiare percorso del muro, potrebbero essere utili a Cremisan.

Incrociamo le dita.

nov 14, 2012 - Missioni    Non ci sono commenti

I vescovi americani scrivono a Hillary Clinton

Mentre oggi, 13 novembre, davanti alla Corte di Israele si tengono gli ultimi dibattimenti, il caso della valle di Cremisan arriva all’attenzione di Hillary Clinton, segretario di Stato degli Stati Uniti, in carica fino a gennaio 2013.

La messa nella valle di Cremisan

La messa nella valle di Cremisan

La scorsa settimana il Comitato per la giustizia e la pace nel mondo dei vescovi cattolici americani ha scritto un’accorata lettera alla Clinton.

Il presidente del comitato, il vescovo Richard E.Pates, ha chiesto al Governo Obama di intervenire non solo per fermare l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania, ma anche e soprattutto di convincere gli israeliani a rivedere il percorso del muro di separazione che dovrebbe sorgere e dividere in due la valle di Cremisan.

La valle di Cremisan

La valle di Cremisan

La lettera del vescovo spiega la situazione delle 58 famiglie di Beit Jala che verrebbero private delle loro terre.

Ma fa anche presente che se il muro continuerà su quella strada, il percorso di pace fra Palestina e Israele diventerà ancora più difficile.

E che l’ennesimo esproprio di terre e case non farà che dare forza alla frustrazione e alla rabbia del popolo palestinese.

Hillary Clinton

Hillary Clinton

Ecco la lettera.

November 8, 2012
Honorable Hillary Rodham Clinton
Secretary of State
2201 C. Street N.W.
Washington, DC 20520

Dear Madam Secretary:
Recent actions by Palestinians and Israelis perpetuate an unsustainable status quo that is profoundly dangerous to both peoples.

Both sides are undermining the possibility of a two-state solution to the conflict—a secure and recognized Israel living in peace alongside a viable and independent Palestinian state.

The recent barrage of rocket attacks from Gaza into Southern Israel represents a continuing pattern of morally unjustifiable uses of indiscriminate force against civilians. They spread fear among Israeli families and damage the Palestinian cause by undercutting the trust necessary for negotiations.

Israeli occupation and security policies are also undermining the possibility of a two-state solution. A recent statement of the Assembly of Catholic Ordinaries of the Holy Land expressing great concern over the route of the Israeli-Palestinian separation barrier in the Cremisan Valley is a vivid case in point.

The State of Israel plans to re-route the separation barrier through the Cremisan Valley, which will harm 58 Christian families whose livelihoods and living conditions depend on these lands.

Proceeding with this plan will cut families off from agricultural and recreational lands, other family members, water sources, and schools – including depriving Christian Palestinian youth of fellowship with their peers.

In solidarity with our brother bishops in the Holy Land, we oppose re-routing the separation wall in the Cremisan Valley and ask the State Department to raise the concerns expressed by the bishops of the Holy Land in the enclosed statement with the government of Israel.

The Cremisan Valley situation is a microcosm of a protracted pattern that has serious implications for the ongoing Israeli-Palestinian conflict.
As the wall moves and constricts more and more communities in the West Bank, the possibility of a future resolution becomes less likely.

Moving the wall and disassociating Palestinian families from their lands and livelihoods will incite more resentment against the State of Israel among residents of the West Bank, not less, increasing the frustrations that can lead to violence.

Such policies put Israeli citizens at risk and weaken initiatives for reconciliation and peace.

USCCB supports a two-state solution to the Israeli-Palestinian conflict, an end of indefensible rocket attacks in southern Israel, and a reversal of Israeli policies, like those proposed in the Cremisan Valley, that undermine a just resolution of the conflict.

Our Conference reiterates its call for strong U.S. leadership that holds both parties accountable for building a just and lasting peace. Palestinians must end violence, improve security and strengthen governance.

Israelis must stop settlement expansion in the West Bank, ease residency requirements that separate families, cease home demolitions in East Jerusalem in order to protect Palestinian families, allow movement of people and goods in the West Bank, and review the route of the security barrier for its impact on Palestinian lives and livelihoods, including in the Cremisan Valley.

Leaders on both sides must give Israelis and Palestinians hope for a different future free of fear and full of promise.

Sincerely yours,
Most Reverend Richard E. Pates
Bishop of Des Moines
Chair, Committee on International Justice and Peace

lug 24, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Leila e il credito alle donne

Leila è una donna tosta. Guida una delle cooperative femminili di credito più vivaci di Nablus e ha una bella pancia nascosta dal lungo vestito: aspetta il sesto figlio.

Leila

Leila

 

E’ così come la vedete in questa foto. Con il dito alzato e il piglio di un’imprenditrice occidentale guida le sue donne attraverso il complesso mondo della società araba, dell’economia di queste terre e della realtà cooperativa che nell’84% dei casi qui è in mano agli uomini.

Nel 2002 quando assieme ad alcune amiche ha fondato questa cooperativa aveva messo assieme 17 socie. Oggi ne ha 900, lavora in 17 delle 54 località di Nablus, ha un consiglio d’amministrazione fatto da 7 componenti, una dipendente (ma forse ne arriverà presto una seconda) e il bilancio in attivo.

Da gennaio la cooperativa si è trasferita in un bell’ufficio nel centro di questa cittadina palestinese che freme di attività. “Un ulteriore passo verso l’indipendenza” mi dice sorridendo.

Una collaboratrice di Leila

Una collaboratrice di Leila

In dieci anni il suo gruppo ha fatto 1046 prestiti per un valore di 2 milioni e 200mila dinari che in euro fanno due milioni.

A oggi ci sono 303 prestiti ancora aperti affidati alle mani di donne che hanno dai 18 ai 60 anni.

Il ricordo del primo prestito fatto è ormai lontano, solo 250 dinari. Oggi la media è di 2000 dinari e dura un paio d’anni.

Le destinatarie del credito sono tutte donne. Nel 96% dei casi rimborsano nei tempi stabiliti. Con attenzione e responsabilità.

Il valore di risparmio dei soci è di 417mila dinari e l’obiettivo è di arrivare entro l’anno a quota mezzo milione.

In una cooperativa di donne a Nablus

In una cooperativa di donne a Nablus

Le palestinesi chiedono soldi in prestito per alcune ragioni chiave: aprire una propria attività (come Amal che ha un salone di bellezza nella periferia di Nablus oppure Manel che a Gerusalemme ha un negozio casalingo di abbigliamento), far studiare i figli (la maggior parte ne ha sette e tutti sulle proprie spalle), pagare le cure sanitarie (proprio e quelle per i figli, visto che il marito non se ne occupa nella maggior parte delle famiglie).

Ma anche per finanziare attività nei servizi. Come la gestione delle caffetterie nelle scuole avviata nel 2006, che oggi dà lavoro a 11 donne e che ha ripagato in toto il suo debito.

I desideri della cooperativa di Leila sono molti e puntano in alto. Queste donne  stanno per aprire una sala per la formazione a Nablus. A Jenin hanno un progetto per una casa riservata alle studentesse.

In una cooperativa di donne a Nablus

In una cooperativa di donne a Nablus

Stanno mettendo a punto un “prodotto” che, a tassi molto bassi, permetterà a molte di finanziarsi gli studi e di aprire le porte a un’altra vita.

Aiutano le donne vittime di violenza da parte dei loro mariti a conservare la proprietà della casa in cui vivono.

Quando le dico, con un filo di voce perché so che sono argomenti difficili, che una delle prime cause di morte per le donne europee è la violenza domestica, Leila mi guarda e sussurra: “Allora non sono solo gli uomini arabi….”.

No Leila, non solo solo gli uomini arabi. Sarà forse anche per questo che, nonostante il mio passaporto e il tuo velo, mi sento così vicina a te e alle tue compagne. (mp)

 

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