lug 20, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

L’acqua negata

Sotto il sole di mezzogiorno, e sono più di 40 gradi – una temperatura eccezionale anche per queste terre – Fahdi scruta i serbatoi sul tetto della casa in cui vivono lui e altre 60 persone.

Fahdi sul tetto di casa

Fahdi sul tetto di casa

Scuote la testa, preoccupato. Le riserve sono ormai al limite. E il rifornimento non arriverà che fra venti giorni. Così vuole l’autorità israeliana che  ha il potere su tutte le riserve d’acqua del paese. Anche su quelle palestinesi.

“Ci sono case che non hanno più acqua già da un mese” mi dice. Sorride. Mi chiedo se sia rassegnato a questa vita. Ma sono domande senza senso le mie. Quasi me ne vergogno.

Questa è una terra che ha acqua. Il problema è che non viene distribuita ai palestinesi. L’80% va agli insediamenti dei coloni israeliani. Che consumano il triplo d’acqua giornaliera.

Nei loro giardini l’erba cresce. Nelle case palestinesi si fa la doccia due volte al mese.

I serbatoi d'acqua sui tetti

I serbatoi d'acqua sui tetti

Quando l’acqua finisce ci si arrangia. Si mandano i bambini dai nonni, dagli zii, dai parenti che hanno ancora qualche riserva.

Oppure la si compra: 10 metri cubi costano un equivalente di 120 euro. Non poco per le possibilità economiche delle famiglie palestinesi.

Secondo i dati dell’associazione umanitaria Palestine Monitor nel 7% delle comunità ogni abitante ha non più di 30 litri di acqua a testa. La media ufficiale sarebbe di 63. Quella raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità non dovrebbe stare sotto i 100 litri al giorno.

In Cisgiordania non ci sono acquedotti ed è vietato avere un pozzo: nelle fertili terre di Cremisan, a ovest di Betlemme, i tredici pozzi esistenti sono stati svuotati e l’ultimo rimasto è sotto il controllo palestinese.

La valle di Cremisan

La valle di Cremisan

Quando non vedo il muro, è l’acqua che mi fa capire quali sono gli insediamenti palestinesi e quali quelli israeliani. Le case dei primi hanno il tetto costellato di serbatoi, molti a forma cilindrica. Gli altri grandi terrazze.

La pace è prima di ogni cosa questione di diritti elementari. Di solidarietà. Di beni comuni. Come l’acqua.

Negata ai palestinesi nonostante una risoluzione dell’Onu del 2010 sancisca l’acqua come diritto inalienabile.

Ma ormai ho capito che qui i diritti sono patrimionio di pochi. (mp)

 

lug 19, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

C’era una casa tanto carina….

Questa è la storia di una casa molto carina in via dei matti n.0. Con la particolarità di trovarsi sul tracciato del muro che potrebbe essere costruito nella valle di Cremisan.

Le vigne della valle di Cremisan

Le vigne della valle di Cremisan

La casa si trova a diverse centinaia di metri dal monastero dei padri salesiani (rinomato per il commercio di vini prodotti dalla coltivazione delle delle famose viti che colorano di verde la valle), il quale a sua volta si trova vicino al convento dove i bambini di Beit Jala ogni giorno riempiono le classi e i cortili della scuola istituita dalle suore salesiane.

Nella maggior parte dei casi, quando un’abitazione si trova sul tracciato del muro, i militari riescono a espropriare le terre.

Non solo con argomentazioni attinenti alle ragioni di sicurezza,ma anche per la difficoltà di provarne il titolo di proprietà.  Senza considerare inoltre che le giurisdizioni israeliane sono le sole competenti in merito a simili questioni.

Quando in Corte si presenta una causa di simile natura, la procedura segue il cosiddetto salami system. Secondo questa pratica, il giudizio del tribunale verterà esclusivamente sulla (mini)porzione di muro in fieri in cui la terra è contesa.

Le vigne della valle di Cremisan

Le vigne della valle di Cremisan

Di conseguenza, i giudici competenti si limiteranno a pronunciarsi sull’oggetto di quella singola causa senza prendere in considerazione tutto il perimetro murario. Da ciò ne deriva che in nessun momento del processo la questione verrà affrontata attraverso una veduta d’insieme globale dell’intero tracciato del muro.

Non sono prevedebili che eventuali (micro)deviazioni.

Ora, se da un lato non possiamo che apprezzare la coerenza del sistema – poiché in effetti allargare l’oggetto del processo per tutta la lunghezza del muro potrebbe rappresentare causa di estenuante lentezza processuale dovuta alla complessità della questione, nonché costituire un’ultra petita (quando un giudice risponde a una domanda che non gli è posta) – d’altro canto  il salami system, permettendo di tagliuzzare le cause in tanti brevi tratti di muro,riesce a far perdere di vista il vero oggetto della questione.

La casa a Cremisan che sarà circondata dal muro

La casa a Cremisan che sarà circondata dal muro

Ovvero: un muro può veramente risolvere la questione? Un muro che separa e divide è realmente la soluzione a un conflitto che si trascina ormai da sessant’anni (per taluni anche da mille)?

Il muro rappresenta concretamente la risposta al diritto alla sicurezza invocata dai coloni degli insediamenti israeliani più vicini ai paesi palestinesi?

Per tornare alla casetta tanto carina, a differenza della maggior parte dei casi, questa volta il proprietario è riuscito a provarne il titolo di proprietà.

Il tunnel in costruzione per uscire dalla casa

Il tunnel in costruzione per uscire dalla casa

I militari sono stati quindi costretti a trovare un’alternativa affinché la costruzione del muro possa continuare nella valle.

Non potendo ordinare la demolizione della casa, i militari hanno deciso di lasciare che questa resti in quello che di fatto diventerà territorio israeliano, ma che in ogni caso un altro muro la circondi separandola così dal resto delle terre sotto giursdizione israeliana.

Di conseguenza, i suoi abitanti si troveranno costretti in un’area assai ristretta, dove da una parte si erge il famigerato muro alto nove metri e dall’altra l’altro muro, questa volta costruito su misura per contenere i pomeriggi in giardino dei bimbi.

Ma come?! sono rinchiusi fra i due muri? Ní. Infatti, e qui sta la triste arguzia umana, attraverso un pulsante a chiamata, la famiglia sarà messa in contatto con le autorità israeliane, le quali hanno previsto la costruzione di un tunnel sotterraneo che collegherà il giardino della casa al resto della loro proprietà. (pf)

 

lug 19, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

“Italiani, aiutateci a sconfiggere il muro”

La signora che ci accompagna nell’ufficio del sindaco di Bet Jala è architetto e ingegnere. E’ lei che per conto della municipalità si sta occupando del muro che potrebbe essere costruito nella valle di Cremisan, nel territorio comunale di Beit Jala, alle porte di Betlemme.

Beit Jala

Ma rappresenta anche una della famiglie che il muro separerà dalle proprie terre. Secche, rosse e gialle, arse da questi 50 gradi di luglio, ma ricche d’alberi d’ulivo e da frutto che hanno imparato nei secoli a vivere di poco.

Abita a Beit Jala e ha i campi nella valle di Cremisan. Ciò significa che il muro le impedirà di coltivarli e che dopo dieci anni, così vuole una legge del periodo ottomano, ne perderà il diritto di proprietà.

Beit Jala è un paese a maggioranza cristiana, ben il 70%. Un’enormità se si pensa che la media di presenza cristiana in Palestina si aggira attorno all’1-2%.

I dintorni di Beit Jala

I dintorni di Beit Jala

Qui ci sono 17 scuole e una università. Il seminario del patriarcato latino ha sede in queste vie. Ma soprattutto c’è la più importante scuola di teologia. Tutto il clero cattolico del Medio Oriente viene a Beit Jala per i propri studi.

Negli ultimi anni il paese ha pagato un tributo altissimo alla colonizzazione israeliana nei territori occupati palestinesi.

Sulle colline ai lati della valle sorgono gli insediamenti israeliani di Gilo e Har Gilo. Terre espropriate ai palestinesi di Beit Jala e divise dalla valle di Cremisan.

Nessun muro le difende. Nessun problema di sicurezza per i coloni. Perché qui sono anni che non ci sono disordini. Gli stessi israeliani lo ammettono.

La Tunnel Road, dove solo gli israeliani possono correre “protetti” da possenti muraglie, spacca in due il paese.

Tunnel Road o Bypass 60

Tunnel Road o Bypass 60

 

E ora toccherebbe a Cremisan. Il polmone verde dell’area di Betlemme. La valle del più famoso vino palestinese, che gli israeliani gradiscono molto, il Cremisan. Il luogo dell’agricoltura e del tempo libero.

Ma anche del lavoro. Perché sono molti i palestinesi di Beit Jala che lavorano per il convento delle suore salesiane e il monastero dove i frati fanno il vino.

Convento e monastero sono un angolo di Italia in Palestina. Sono decenni che monaci e suore salesiane sono su queste terre. I primi hanno imparato a fare il vino, le seconde seguono centinaia di bambini palestinesi.

“Se l’area di Cremisan sarà chiusa dal muro, per il nostro paese sarà la fine“, ci spiega il sindaco, “la nostra gente perderà le proprie terre, non potrà più andare a lavorare al convento e alla cantina, non potrà più coltivare. Ma soprattutto non potremo costruire altre case. Beit Jala non avrà posto per espandersi e, ne sono certo, i cristiani di Beit Jala se ne andranno. Lontano, dove potranno ricostruirsi una vita”.

Il sindaco di Beit Jala

Il sindaco di Beit Jala

Secondo il sindaco l’unico potere in grado di contrastare questo progetto – la decisione della corte israeliana è attesa per la seconda metà di ottobre – è il Vaticano.

La municipalità ha scritto una lettera al Vaticano,ancora due anni fa, invitandolo a intervenire. Qualcosa è stato fatto. Se non altro i monaci sono stati convinti a entrare nella partita. E a opporsi anche loro al muro. Così come hanno fatto le suore salesiane.

“Le suore sono sempre state con noi contro il muro”, dice il sindaco, “mentre i monaci all’inizio propendevano per Israele. Ora hanno capito e si sono uniti alla nostra battaglia. In fondo sono in gioco anche le relazioni con l’Italia.

“Gli italiani devono aiutarci a proteggere il convento, il monastero, le nostre terre. Insieme contro questo muro. Vi chiediamo di unirvi a noi in questa lotta facendo pressione sia sul governo italiano che sul Vaticano. Non ci resta molto tempo”. (mp)

 

 

lug 18, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Donne, timo, salvia e cardamomo

Ogni mattina Hamda si sveglia alle 4 e mezza. La sua giornata inizia con la preghiera e con il pane da impastare e infornare prima dell’alba.

Con il velo bianco in testa e nel suo lungo abito nero si muove come una regina senza regno. Prepara la colazione ai suoi sette figli, li veste e li sistema per la scuola.

Prepara la colazione al marito e l’accompagna alla porta augurandogli buon lavoro. Pulisce casa e controlla l’orto e poi va in ufficio. Alla coperativa di donne che essicano e macinano le spezie e di cui è la tesoriera.

Hamda lavora qui tutta la mattina. Se riesce va anche a cogliere la salvia e tutte le spezie che crescono odorose fra queste colline appena fuori Nablus, qualche decina di chilometri da Ramallah.

Verso el 13 torna a casa. Ci sono i bambini da sfamare, il marito che rientra stanco, i compiti di scuola da correggere, la cena, le preghiere, i lavori di cucito, i pomodori dell’orto. E i conti della cooperativa.

Profumano di timo, salvia, cardamomo e alloro i piccoli locali di questa sua cooperativa nata appena due mesi fa e che raccoglie 89 donne di cui 19 lavorano qui.

Nella corte di questa vecchia casa restaurata con il contributo della cooperazione svedese, Hamda e le sue compagne essicano, macinano e vendono le spezie di Palestina. E intrecciano cesti di ulivo.

La materia prima, quando non vanno a raccoglierla, la comprano da altre piccole cooperative. Di donne però. Perché credono nel principio di sostenere altre donne.

Il loro per ora è un mercato locale che ben conoscono. Prima di unirsi, ognuna lavorava per conto proprio a casa. Ora insieme sono più forti e sicure.

Dalle cooperative di risparmio e credito – legate al Parc, l’organizzazione palestinese con cui Cassa Padana è in contatto da alcuni anni – hanno i prestiti che consentono di crescere e investire, nei macchinari per esempio. Dalle altre donne la consapevolezza di essere sulla giusta strada per aiutare i figli nel loro futuro.

Per mandarli all’università servono soldi. E lo stipendio del marito non basta mai.

Ecco perché da una decina d’anni le donne di palestina sono sempre più attive nell’economia. Perché è sulle loro spalle e sul loro cuore che grava tutto il peso e l’impegno della famiglia.

La loro fatica quotidiana è il segno concreto del desiderio di pace e normalità che anima la Palestina. Della volontà di riscatto da una vita costretta fra i check point e la difficoltà di arrivare a fine mese.

Prove di resistenza economica vicino al muro di Betlemme

Prove di resistenza economica vicino al muro di Betlemme

 

Della caparbietà gentile nel progettare il futuro in termini concreti e positivi. Per la libertà dei figli.

Ma non basta a queste donne portare a casa i soldi. Vogliono di più. Anche dal punto di vista culturale.

Ecco perché a Al Dar Khalil Palace assieme all’essicatoio c’è anche una bibliotecacon alcune migliaia di libri. Tremila (con tavoli e sedie) sono arrivati in dono da una Ong tedesca. Un altro migliaio dal Comune.

E gli stessi tedeschi le hanno aiutate ad allestire un’aula informatica con 25 computer. Ovviamente connessi a Internet. Per i loro figli, che la rete la abitano come tutti i coetani del mondo, ma anche per il loro profumato commercio. (mp)

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