mar 7, 2011 - Marzo 2011    Non ci sono commenti

Palestina, il Parc all’orizzonte

Sono passati quasi due anni della prima missione. In questo tempo, dedicato a lavorare a distanza con gli interlocutori conosciuti per trovare un punto di incontro sull’istituzione finanziaria che sarà, ci siamo resi conto che il cerchio non quadrava, le informazioni in nostro possesso erano ancora insufficienti e il quadro ricostruito durante la precedente missione frammentario.

Analisi successive avevano infatti messo in evidenza che una forma di cooperazione di credito già esiste in Palestina e viene praticata con un buon successo da vari anni. Questo tipo di istituzioni finanziarie poteva essere un buon punto di partenza per lavorare ad un’istituzione piú strutturata come una banca, in attesa che la legge che permette la costituzione di banche di credito cooperativo venga emanata.

Era quindi giunto il momento di andare a toccare con mano quell’esperienza, mancata per un pelo durante la prima missione.

Il Parc, ong nata nel 1983 da un gruppo di agronomi per sostenere i produttori agricoli dei territori occupati, ha aiutato la formazione di 12 delle 21 cooperative di risparmio e credito presenti ad oggi sul territorio palestinese.

Le cooperative nate sotto l’egida del Parc maturano dall’attività sociale di promozione di associazioni di donne finalizzata alla creazione di posti di lavoro e al sostentamento delle famiglie. È un ruolo importantissimo quello delle cooperative: di fatto, dando alle donne la possibilità di uno spazio comune di auto-organizzazione, esse possono amministrare autonomamente il proprio risparmio e concedersi prestiti, con un evidente effetto in termini di empowerment.

Le cooperative sono presenti in tutti i Territori Occupati, dalla Cisgiordania alla Striscia di Gaza, e sono espressione del villaggio di riferimento attraverso gruppi di donne che vanno dai quattro di Jerico ai sessanta della Striscia. Le donne hanno prima la possibilità di risparmiare un quantitativo fisso al mese che va a capitale sociale fino ad un ammontare di 500 dinari giordani (circa 500 euro). Una volta raggiunta la quota sociale minima, ogni donna può continuare a depositare i propri risparmi nella cooperativa con il riconoscimento di un interesse attivo e può richiedere un prestito pari a tre volte l’importo risparmiato, che funge da garanzia.

Jenin, alcune donne delle cooperative di risparmio e credito create da Parc

Jenin, alcune donne delle cooperative di risparmio e credito create da Parc

Il Parc sostiene le cooperative attraverso l’Ucasc, l’associazione cooperativa loro espressione che fornisce la consulenza e la formazione necessarie per svolgere il proprio ruolo sul territorio e raggiungere la sostenibilità.
Le cooperative sono a loro volta socie fondatrici assieme all’Ucasc e al Parc, tra gli altri, di Reef for Finance, un’istituzione di microfinanza che fa prestiti individuali e di gruppo ad agricoltori e allevatori palestinesi. Mentre le associazioni sono dedicate alle donne, Reef non ha pregiudiziali di genere. Anche Reef ha comunque una sua articolazione sul territorio dove emerge preponderante il ruolo dei responsabili di area, che possono contare sulla conoscenza diretta dei clienti e sul controllo sociale per il buon esito delle operazioni di finanziamento.

Khalil, Rula, Randa e Mohammad ci scortano a conoscere cooperative e beneficiari del Reef, in un tour che ci fa attraversare la Cisgiordania fino a Jenin, per terminare tra Hebron e Betlemme. Visitando ovili e pollai della Palestina, assieme a sale per matrimoni e serre, tutti progetti di cooperative e di clienti del Reef, ci rimangono impressi nella mente i sorrisi di queste donne, cosí orgogliose dei piatti palestinesi che ci preparano e che mangiamo con gli occhi pieni delle dolci colline che ci circondano. Le ultime volute di nargile ci segnalano che il nostro tour é finito e che si torna a casa, con la consapevolezza peró di aver trovato un valido partner con cui lavorare al progetto.
Questa volta non ci tocca la fortuna di poter ammirare almeno da vicino la Cupola della Roccia…l’orario invernale ci sorprende a metà mattina sotto una pioggia battente davanti ai cancelli della spianata delle moschee chiusi. Non ci resta che sbirciarla dal souq, davanti a guardie irremovibili.

eb

dic 20, 2009 - Dicembre 2009    Non ci sono commenti

Fede e speranza a Betlemme, città di pace senza pace

Jihad Khaled era un ragazzo di quindici anni come tanti altri, con il sogno di aprire un grande negozio che avrebbe strappato la sua famiglia alla povertà. Viveva a Biet Fajjar, a tredici chilometri da Betlemme, assieme ai genitori e ai quattro fratelli. Un pomeriggio di maggio, nel 2005, la sua vita cambiò. Nessuno nel suo villaggio era stato avvisato del fatto che l’esercito israeliano avrebbe condotto una missione di pattugliamento.

Betlemme, la basilica della natività

Betlemme, la basilica della natività

Tutti erano terrorizzati dai militari e Jihad non si sarebbe certo sognato di uscire di casa se l’avesse saputo. Ma non ne fu informato. Mentre stava andando in bicicletta vide i soldati a duecento metri di distanza e cercò di scappare.Ma era troppo tardi. I soldati l’avevano visto. E gli spararono alla testa. Un unico colpo che entrò dalla parte destra e uscì dalla fronte. Gli amici di Jihad dovettero aspettare che i soldati se ne fossero andati per portarlo all’ospedale più vicino.

Sua madre fu avvisata dai vicini. I media locali lo dichiararono morto e anche gli amici più intimi lo considerarono tale. Ma Jihad non lo era. Anche se non sarebbe più stato lo stesso di prima. Non avrebbe più parlato come soleva fare, non avrebbe più scorrazzato per le strade come gli piaceva fare. Metà del suo corpo sarebbe rimasto per sempre paralizzato. Dopo venti giorni di coma e dieci in un ospedale di Hebron, venne portato al Bethlehem Arab Society for Rehabilitation, dove trascorse i sei mesi successivi in un programma di riabilitazione intensiva.

Jihad migliorò progressivamente e tornò a essere indipendente in molte attività della vita quotidiana. E’ tornato a camminare, grazie a un dispositivo ortopedico per la sua gamba destra. Tutta l’assistenza gli è stata fornita gratuitamente, perché suo padre è disoccupato.

E’ in questo tumultuoso contesto di insicurezza e instabilità politica, economica, fisica, sociale che vive e lavora Edmund Shehadeh, fondatore e l’anima del BASR , il Bethlehem Arab Society for Rehabilitation, il più attrezzato centro di recupero per le persone portatrici di handicap presente in Palestina, con sede a Beit Jala, Betlemme.

Il medico è stato recentemente in Italia per una visita a Cassa Padana e ad altre Bcc nell’ambito di un progetto finanziario e istituzionale avviato dalla Regione Lombardia. “Vogliamo migliorare la vita dei palestinesi”, ha detto a Popolis, “Vogliamo offrire servizi sanitari di qualità ai bambini malati e agli svantaggiati. Ogni giorno ci chiediamo cosa possiamo per arrivare ad un’integrazione totale dell’handicap nella società, perché per ogni persona è fondamentale la dignità. Anche in queste terre difficili”.

“L’occupazione dei territori palestinesi”, ha spiegato, “continua a infliggere sofferenze insopportabili e continue a tutta la popolazione. Ma sono soprattutto i bambini e le persone diversamente abili a subire. Perché vivono ogni giorno situazioni traumatiche dalle quali non riescono né possono difendersi. I loro diritti fondamentali, alla vita, all’istruzione, alla salute, alla base di ogni sviluppo e benessere fisici e mentali, vengono negati e violati.  Vivere ogni giorno in condizioni di insicurezza e instabilità politica, economica, fisica, sociale ha prodotto così tanta violenza e un profondo vuoto di relazioni armoniche”.

Shehadeh, oggi alla soglia dei 70 anni, dopo la laurea in Francia, ha iniziato la carriera professionale come fisioterapista. Sebbene avesse una propria clinica privata e faccia parte di un’influente famiglia di Beit-Jala, distretto di Betlemme, ha deciso di mettersi a disposizione di numerose organizzazioni di volontariato in Palestina.

Per tutta la sua vita lavorativa si è sempre battuto contro l’emarginazione e la discriminazione delle persone diversamente abili da parte della società palestinese. Identificandosi nelle loro sofferenze, è sempre stato determinato a fare del proprio meglio per alleviarle e migliorare la qualità della loro vita.

Dal 1982 è Direttore Esecutivo del BASR. La sua leadership carismatica ha trasformato il centro da una delle tradizionali case dell’istituto Leonard Cheshire Disability a luogo di eccellenza nazionale e internazionale.
Oggi il BASR offre una vasta e specializzata gamma di servizi medici, riabilitativi, educativi, di orientamento professionale, psicologici e ricreativi alla popolazione palestinese, riservando un occhio di riguardo alle persone diversamente abili e svantaggiate. L’adozione di un approccio olistico per soddisfare i bisogni dei clienti è diventato con gli anni un modello da replicare all’interno della regione.

Il BASR ha realizzato anche modelli educativi inclusivi all’interno dei centri di assistenza sanitaria giornaliera che sono stati replicati da molte altre organizzazioni all’interno e all’esterno del distretto di Betlemme. Qui, i bambini con disabilità possono imparare, giocare e partecipare alle diverse attività svolte allo stesso livello dei loro coetanei.

Perché il BASR possa continuare la sua nobile missione, c’è bisogno che i suoi molteplici programmi e servizi a beneficio delle persone diversamente abili vengano sorretti dalla solidarietà e dal generoso supporto tecnico e finanziario dei tante persone di buona volontà. L’ospedale deve continuare la formazione del suo qualificato staff multi-disciplinare per farlo diventare leader e risorsa nelle diverse discipline. Il BASR ha bisogno di proseguire nelle attività a favore dei diritti delle persone diversamente abili perché abbiano le stesse possibilità e la stessa partecipazione nella società a livello nazionale e regionale. Va detto poi che il BASR ha un bilancio annuale di 7 milioni di dollari nord-americani che deve essere garantito attraverso donazioni per permettergli di fornire i servizi di cui hanno bisogno. La maggior parte dei suoi pazienti, infatti, non è in grado di coprire le spese per i trattamenti.

eb

Palestina chiama Italia

Composta da Edmond Shehadeh, direttore esecutivo del BASR (Bethlehem Arab society for Rehabilitation) – l’ospedale di riabilitazione di Betlemme visitato durante la missione di maggio di Cassa Padana in Palestina- Jihad Al Wazir e Riyad Abu Shehadeh, rispettivamente Governatore e Responsabile della Divisione Supervisione Bancaria dell’Autoritá Monetaria Palestinese, Fadi Kattan, decano dell’Universitá Cattolica di Betlemme, la delegazione palestinese in missione la seconda settimana di settembre in Italia, vivendo e conoscendo in prima persona la realtà del credito cooperativo italiano, ha potuto constatarne l’efficienza, l’operatività sul territorio e la sensibilità ai bisogni delle persone.

Cremona, Liuteria - interno

Giovedì 10 settembre il gruppo palestinese ha potuto ammirare la città di Cremona: accompagnati dalla gentilezza e disponibilità di Mari Lodi, responsabile della filiale di Cassa Padana in città, gli ospiti hanno apprezzato il centro cittadino ed ascoltato un brano musicale eseguito dal maestro Mosconi con uno Stradivari originale. Nel pomeriggio, dopo una visita all’ospedale di Leno al reparto di riabilitazione, la delegazione ha incontrato la dirigenza di Cassa Padana – che in Palestina ha avviato un nuovo progetto internazionale – per fare il punto della situazione del progetto di instaurare il credito cooperativo nel loro Paese.

La discussione, alla quale hanno partecipato anche Sergio Baia responsabile marketing della Federazione Lombarda e Giorgio Merigo presidente della BCC dell’Adda e Cremasco, è stata intensa e proficua: si è sviscerato il modello del credito cooperativo e il ruolo sul territorio, la filosofia che lo anima e le possibilità concrete di instaurare questo tipo di struttura in Palestina. La giornata è stata chiusa in bellezza con la visita al castello di Padernello e al suo particolare ponte vegetale.

Venerdì partenza per Roma, dove gli ospiti hanno potuto visitare la sede della Federazione nazionale delle Bcc: Carlo Barbieri, responsabile delle relazioni internazionali iccrea holding, ha esposto in un’esauriente relazione la funzione del credito cooperativo italiano. l’incontro più prestigioso è avvenuto senz’altro alla Banca d’Italia dove i palestinesi hanno potuto confrontarsi con Fabrizio Saccomanni e Stefano Mieli, rispettivamente direttore generale e direttore centrale.

Il rappresentante dell’Autorità monetaria palestinese ha chiesto una consulenza fattiva per integrare la legge sul microcredito, attualmente al vaglio nel suo Paese, con una clausola che preveda l’operatività delle Bcc, per permettere a questa nascente realtà di avere tutte le possibilità operative.

Dopo una breve visita a Castel Sant’Angelo e un gelato, gli ospiti palestinesi hanno raggiunto l’aeroporto per il rientro, con la promessa di un nuovo incontro in terra palestinese.

bp

mag 21, 2009 - Maggio 2009    Non ci sono commenti

Cassa Padana, missione in Palestina

Un viaggio in Palestina è, nella mente di chi non ci è mai stato, sempre motivo di grandi aspettative che raramente ci si aspetta di vedere frustrate se solo si pensa a quale crocevia di razze, religioni, culture, storia e aspirazioni siano state e rappresentino tuttora i luoghi calpestati da patriarchi, profeti e messia di Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

E, in realtá, questa terra dalla luce cosí abbacinante non delude nemmeno chi ci va non per un pellegrinaggio nella storia o nelle pieghe della propria fede, ma per capire come aiutarne lo sviluppo come è successo a noi di Cassa Padana, in Palestina per una missione davvero speciale.

Cassa Padana è  stata infatti invitata a conoscere la realtá economica, finanziaria ed istituzionale della Palestina, e in particolare della Cisgiordania, dalla Regione Lombardia, che da anni tesse relazioni con i Territori Occupati. La missione, volata in Palestina nella settimana dal 19 al 24 maggio, era composta da Cassa Padana, dal Credito Cooperativo dell’Adda e del Cremasco, dalla Federazione Lombarda delle banche di credito cooperativo e guidata da Christian Zaknoun, palestinese residente in Italia.

Muro Palestina

Ramallah, checkpoint - bambini che tirano le pietre

Insieme abbiamo toccato punti nevralgici dell’area,  tra Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. Qui abbiamo avuto modo di conoscere l’Autoritá Monetaria Palestinese, l’Universitá di Betlemme, l’Ospedale di Medicina Riabilitativa BASR di Beit Jala, imprenditori ed esponenti del mondo finanziario, politico e religioso che operano nei Territori. Il prossimo luglio una missione composta dall’Autoritá Monetaria e da politici palestinesi visiterá l’Italia per conoscerne il movimento di credito cooperativo.

La Palestina è una regione alla ricerca della propria identitá, dove la commistione si percepisce subito appena si realizza che non esiste una moneta palestinese ma che shekel israeliani, dinari giordani, dollari nordamericani ed euro sono perfetti sostituti nel regolare qualsiasi transazione commerciale.

La sua bancarizzazione è di un’entitá finanziaria ogni 20.000 abitanti e le banche che vi operano sono soprattutto straniere, con un ruolo di spicco di quelle giordane, ma esistono anche alcune banche locali. L’Autoritá Monetaria Palestinese, il cui scopo non è la costituzione di una moneta unica ma la stabilità del sistema, ci spiega che esiste risparmio nell’area, ma l’instabilitá che l’ha caratterizzata da sempre ha portato molte persone a non considerare nemmeno la possibilitá di depositarlo in una banca, privilegiando l’acquisto di monete d’oro, custodite nelle case e vendute al mercato nel momento del bisogno.

La decennale ricerca di una identità emerge in tutta la sua prepotenza e drammaticitá, poi, nel perenne conflitto che non ha come unica direttrice l’antagonismo tra ebrei e musulmani, ma è destino ineluttabile della minoranza araba cristiana, percepita come corpo estraneo dagli israeliani in quanto araba e dai palestinesi musulmani perché cristiana e, quindi, crociata.

 

Sottaceti nel souq di Gerusalemme

 

La Palestina è un coacervo di razze e culture che vivono nello stesso posto senza realmente convivere, un insieme di diritti di proprietá su ogni singola pietra tramandati da secoli, che sfociano in uno status quo inviolabile a pena di guerre fratricide e che fanno sí che una scala posta sulla facciata del Santo Sepolcro di Gerusalemme sia ferma ed intoccabile da almeno 150 anni.

I Territori Occupati e in particolare la Cisgiordania, inondati di soldi che spesso hanno portato ad un assistenzialismo senza futuro, sono uno stato senza uno stato, corredato di governo e istituzioni, ma che di fatto non puó operare efficacemente a causa di un muro, in alcuni punti alto due volte quello di Berlino, e dall’impossibilitá di accesso per i palestinesi alle strade principali della Cisgiordania, elementi questi che hanno anche un ovvio impatto sull’economia della regione. I Territori sono quindi una costellazione di isole, di cittá non connesse tra loro e che non possono comunicare secondo un “divide et impera” a noi molto familiare. Gli spostamenti e la vita dei palestinesi sono regolati da continui controlli ai check point che, nei casi piú fortunati, rendono un viaggio di pochi chilometri lungo ore d’attesa, nei casi peggiori, dividono famiglie intere per anni.

Di questo ci ha parlato Edmond Shehadeh, direttore del Bethlehem Arab Society for Rehabilitation, un ospedale specializzato in riabilitazione e nel miglioramento della qualitá di vita delle persone diversamente abili. La sua casa centenaria, teatro di un’indimenticabile cena palestinese con vari esponenti di spicco della comunitá araba cristiana di Betlemme, è stata in diverse occasioni bombardata dagli israeliani o occupata dal loro esercito per piú giorni, durante i quali nemmeno le piante dei vasi sono state risparmiate ai controlli maniacali e manichei che possono toccare a sfortunati turisti e alle loro valigie all’aeroporto di Tel Aviv.

L’ospedale di Edmond si occupa dei disabili e cerca di alleviarne le sofferenze curandoli e dando loro un ruolo attivo e degno nella societá: i disabili portano cioè sviluppo nella comunitá dando diritti ai non disabili attraverso la creazione, ad esempio, di giardini per farci giocare i loro figli e di lavoro ed empowerment per le donne, portando cioè ogni persona ad accettare l’altro nella sua diversità.

La Cupola della Roccia

In una terra come questa in cui non c’è una vera e propria cultura della condivisione, dove le persone di diversa razza e religione non sono abituate a collaborare per uno stesso scopo e su uno stesso progetto, c’è bisogno di persone come Edmond che dedicano la propria vita a far emergere i talenti di tutti a beneficio di tutti e che per questo godono dell’enorme fiducia non solo dei membri della propria comunità di riferimento ma anche degli esponenti di spicco delle altre comunitá.

In questa terra cosí piena di talenti e di gente capace, cosí ricca di risorse inespresse, sará comunque non immediato convincere le persone a creare una cassa cooperativa, a mettere i soldi in un posto in cui si vive sotto occupazione, in cui da un momento all’altro si puó essere obbligati ad andarsene dalle proprie case, dalla propria terra e dai luoghi di approvvigionamento dell’acqua, in cui non c’è certezza di niente. Ma, forse, questa futura cassa di Betlemme potrá essere per loro, alla stregua dell’acquisto dei soli prodotti palestinesi, un nuovo modo di combattere l’occupazione.

eb

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