Estrazione con il tag " Betlemme"

Come nasce una colonia

di Flavia Vighini

Si parla spesso di insediamenti illegali nei territori palestinesi, le cosiddette colonie israeliane o o settlements.

In Palestina ce ne sono centinaia, ma come nasce una colonia?

Proprio ieri ho visto il principio di una nuova colonia, una tenda da camping piazzata vicino a Betlemme.

Funziona così: un abitante di Israele, spesso e volentieri agevolato dal Governo Israeliano, si addentra nei territori della Cisgiordania e insedia un primo accampamento su un terreno di proprietà palestinese: può essere un campo coltivato, un’altura di una montagna, o una zona dove crescono olivi (che provvederà a tagliare di sua iniziativa).

La domanda sorge spontanea: ma non si può mandare via?

La risposta è: se vuoi salvarti la pelle, evita di protestare!

Alla prima avvisaglia di pericolo il colono chiamerà i soldati israeliani che, armati fino ai denti, costruiranno attorno al suo accampamento una barriera. La tenda diventerà una bella casetta, la prima di una lunga serie. I soldati non abbandoneranno il posto a protezione costante dei coloni e faranno costruire delle strade a loro esclusivo passaggio.

Ma il peggio dovrà ancora arrivare: una lettera sarà inviata alle case dei palestinesi abitanti vicino al nuovo insediamento ammonendoli di abbandonare la loro casa perché verrà demolita per motivi di sicurezza.

Principio di colonia

La freccia indica la colonia, mentre nel punto in cui è stata scattata la foto si trova la casa che ha ricevuto l’avviso di demolizione

 

 

lug 19, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

C’era una casa tanto carina….

Questa è la storia di una casa molto carina in via dei matti n.0. Con la particolarità di trovarsi sul tracciato del muro che potrebbe essere costruito nella valle di Cremisan.

Le vigne della valle di Cremisan

Le vigne della valle di Cremisan

La casa si trova a diverse centinaia di metri dal monastero dei padri salesiani (rinomato per il commercio di vini prodotti dalla coltivazione delle delle famose viti che colorano di verde la valle), il quale a sua volta si trova vicino al convento dove i bambini di Beit Jala ogni giorno riempiono le classi e i cortili della scuola istituita dalle suore salesiane.

Nella maggior parte dei casi, quando un’abitazione si trova sul tracciato del muro, i militari riescono a espropriare le terre.

Non solo con argomentazioni attinenti alle ragioni di sicurezza,ma anche per la difficoltà di provarne il titolo di proprietà.  Senza considerare inoltre che le giurisdizioni israeliane sono le sole competenti in merito a simili questioni.

Quando in Corte si presenta una causa di simile natura, la procedura segue il cosiddetto salami system. Secondo questa pratica, il giudizio del tribunale verterà esclusivamente sulla (mini)porzione di muro in fieri in cui la terra è contesa.

Le vigne della valle di Cremisan

Le vigne della valle di Cremisan

Di conseguenza, i giudici competenti si limiteranno a pronunciarsi sull’oggetto di quella singola causa senza prendere in considerazione tutto il perimetro murario. Da ciò ne deriva che in nessun momento del processo la questione verrà affrontata attraverso una veduta d’insieme globale dell’intero tracciato del muro.

Non sono prevedebili che eventuali (micro)deviazioni.

Ora, se da un lato non possiamo che apprezzare la coerenza del sistema – poiché in effetti allargare l’oggetto del processo per tutta la lunghezza del muro potrebbe rappresentare causa di estenuante lentezza processuale dovuta alla complessità della questione, nonché costituire un’ultra petita (quando un giudice risponde a una domanda che non gli è posta) – d’altro canto  il salami system, permettendo di tagliuzzare le cause in tanti brevi tratti di muro,riesce a far perdere di vista il vero oggetto della questione.

La casa a Cremisan che sarà circondata dal muro

La casa a Cremisan che sarà circondata dal muro

Ovvero: un muro può veramente risolvere la questione? Un muro che separa e divide è realmente la soluzione a un conflitto che si trascina ormai da sessant’anni (per taluni anche da mille)?

Il muro rappresenta concretamente la risposta al diritto alla sicurezza invocata dai coloni degli insediamenti israeliani più vicini ai paesi palestinesi?

Per tornare alla casetta tanto carina, a differenza della maggior parte dei casi, questa volta il proprietario è riuscito a provarne il titolo di proprietà.

Il tunnel in costruzione per uscire dalla casa

Il tunnel in costruzione per uscire dalla casa

I militari sono stati quindi costretti a trovare un’alternativa affinché la costruzione del muro possa continuare nella valle.

Non potendo ordinare la demolizione della casa, i militari hanno deciso di lasciare che questa resti in quello che di fatto diventerà territorio israeliano, ma che in ogni caso un altro muro la circondi separandola così dal resto delle terre sotto giursdizione israeliana.

Di conseguenza, i suoi abitanti si troveranno costretti in un’area assai ristretta, dove da una parte si erge il famigerato muro alto nove metri e dall’altra l’altro muro, questa volta costruito su misura per contenere i pomeriggi in giardino dei bimbi.

Ma come?! sono rinchiusi fra i due muri? Ní. Infatti, e qui sta la triste arguzia umana, attraverso un pulsante a chiamata, la famiglia sarà messa in contatto con le autorità israeliane, le quali hanno previsto la costruzione di un tunnel sotterraneo che collegherà il giardino della casa al resto della loro proprietà. (pf)

 

lug 19, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

“Italiani, aiutateci a sconfiggere il muro”

La signora che ci accompagna nell’ufficio del sindaco di Bet Jala è architetto e ingegnere. E’ lei che per conto della municipalità si sta occupando del muro che potrebbe essere costruito nella valle di Cremisan, nel territorio comunale di Beit Jala, alle porte di Betlemme.

Beit Jala

Ma rappresenta anche una della famiglie che il muro separerà dalle proprie terre. Secche, rosse e gialle, arse da questi 50 gradi di luglio, ma ricche d’alberi d’ulivo e da frutto che hanno imparato nei secoli a vivere di poco.

Abita a Beit Jala e ha i campi nella valle di Cremisan. Ciò significa che il muro le impedirà di coltivarli e che dopo dieci anni, così vuole una legge del periodo ottomano, ne perderà il diritto di proprietà.

Beit Jala è un paese a maggioranza cristiana, ben il 70%. Un’enormità se si pensa che la media di presenza cristiana in Palestina si aggira attorno all’1-2%.

I dintorni di Beit Jala

I dintorni di Beit Jala

Qui ci sono 17 scuole e una università. Il seminario del patriarcato latino ha sede in queste vie. Ma soprattutto c’è la più importante scuola di teologia. Tutto il clero cattolico del Medio Oriente viene a Beit Jala per i propri studi.

Negli ultimi anni il paese ha pagato un tributo altissimo alla colonizzazione israeliana nei territori occupati palestinesi.

Sulle colline ai lati della valle sorgono gli insediamenti israeliani di Gilo e Har Gilo. Terre espropriate ai palestinesi di Beit Jala e divise dalla valle di Cremisan.

Nessun muro le difende. Nessun problema di sicurezza per i coloni. Perché qui sono anni che non ci sono disordini. Gli stessi israeliani lo ammettono.

La Tunnel Road, dove solo gli israeliani possono correre “protetti” da possenti muraglie, spacca in due il paese.

Tunnel Road o Bypass 60

Tunnel Road o Bypass 60

 

E ora toccherebbe a Cremisan. Il polmone verde dell’area di Betlemme. La valle del più famoso vino palestinese, che gli israeliani gradiscono molto, il Cremisan. Il luogo dell’agricoltura e del tempo libero.

Ma anche del lavoro. Perché sono molti i palestinesi di Beit Jala che lavorano per il convento delle suore salesiane e il monastero dove i frati fanno il vino.

Convento e monastero sono un angolo di Italia in Palestina. Sono decenni che monaci e suore salesiane sono su queste terre. I primi hanno imparato a fare il vino, le seconde seguono centinaia di bambini palestinesi.

“Se l’area di Cremisan sarà chiusa dal muro, per il nostro paese sarà la fine“, ci spiega il sindaco, “la nostra gente perderà le proprie terre, non potrà più andare a lavorare al convento e alla cantina, non potrà più coltivare. Ma soprattutto non potremo costruire altre case. Beit Jala non avrà posto per espandersi e, ne sono certo, i cristiani di Beit Jala se ne andranno. Lontano, dove potranno ricostruirsi una vita”.

Il sindaco di Beit Jala

Il sindaco di Beit Jala

Secondo il sindaco l’unico potere in grado di contrastare questo progetto – la decisione della corte israeliana è attesa per la seconda metà di ottobre – è il Vaticano.

La municipalità ha scritto una lettera al Vaticano,ancora due anni fa, invitandolo a intervenire. Qualcosa è stato fatto. Se non altro i monaci sono stati convinti a entrare nella partita. E a opporsi anche loro al muro. Così come hanno fatto le suore salesiane.

“Le suore sono sempre state con noi contro il muro”, dice il sindaco, “mentre i monaci all’inizio propendevano per Israele. Ora hanno capito e si sono uniti alla nostra battaglia. In fondo sono in gioco anche le relazioni con l’Italia.

“Gli italiani devono aiutarci a proteggere il convento, il monastero, le nostre terre. Insieme contro questo muro. Vi chiediamo di unirvi a noi in questa lotta facendo pressione sia sul governo italiano che sul Vaticano. Non ci resta molto tempo”. (mp)

 

 

lug 18, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Terra esagerata e dolente

Questa è una terra esagerata. Tutta bianca la mattina. Tutta rosa alla sera. Alle 9 sono già 37 gradi. Nel primo pomeriggio si arriva a 40.

Verso il deserto, dopo Betlemme

Verso il deserto, dopo Betlemme

Una terra esagerata perché se in qualunque altro posto del mondo Dio è una teoria o un atto di fede, qui è una presenza tangibile che ti viene ricordata in ogni momento.

Che parla dolente attraverso i suoni concitati di Betlemme e Gerusalemme. Il canto del muezzin. Il suono delle campane.

Quando nel 1967 l’esercito israeliano entrò a Gerusalemme, c’erano anche lo scrittore Amos Oz e il nobel Elie Wiesel.

A Gerusalemme

A Gerusalemme

Loro come tutti gli altri volevano a tutti i costi, e subito, vedere vivere la Bibbia. Toccare con mano i luoghi sacri. Fermarsi sul monte degli ulivi. Attraversare la spianata dei templi. Rincorrere i profeti.

Qui vaga fra gli ulivi assetati il Dio dei cristiani. Il Dio degli ebrei. Il Dio dei mussulmani.

Il muro vicino a Betlemme

Il muro vicino a Betlemme

Eppure gli ebrei non conoscono i mussulmani e i mussulmani non conoscono gli ebrei. Vivono fianco a fianco gli israeliani e i palestinesi, senza sapere nulla gli uni degli altri. Senza voler sapere nulla.

Qualche tempo fa, nelle scuole, hanno chiesto ai bambini isareliani di disegnare i palestinesi. E ai bambini palestinesi di disegnare gli israeliani.

I primi hanno raccontato dei mostri. I secondi dei militari. (mp)

lug 17, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Check point 360

Martedì 17 luglio. Arriviamo al check-point 360 che sono le otto e un quarto. Questa mattina non c’è coda. Dopo un rapido controllo dei passaporti attraversiamo i metal detector e ci dirigiamo verso un bus polveroso.

Carolina, originaria delle isole Vergini, diplomata in international security (o in-security, come preferisce dire lei) a Parigi e collaboratrice della Society of St. Yves, ci racconta che vivendo a Betlemme (Betla-hem, per chi volesse tentare una pronuncia arabeggiante) e lavorando a Gerusalemme spesso le capita di impiegare due ore per passare il check-point e accedere in territorio israeliano.

E come lei, così migliaia di persone che ogni giorno si recano al di là del muro.

Siamo diretti alla Città Vecchia, dove incontreremo Manal Hazzan Abu Sinni, l’avvocata della Society of St Ives che rappresenta le sorelle salesiane davanti alla corte d’appello speciale presso il tribunale di Tel Aviv.

Ma un cittadino palestinese può andare liberamente a Gerusalemme? No. A meno che non sia un arabo-israeliano.

O un cittadino palestinese con un permesso speciale (lavoro, salute, religione scuola etc..) rilasciato dalle autorità israeliane; oppure un palestinese residente a Gerusalemme e quindi in possesso del documento che ne attesta la residenza, la residency card.

Perciò un arabo-palestinese non può recarsi alla spianata delle moschee senza un permesso con il quale presentarsi ai check-point, code permettendo.

Gerusalemme

Mentre un israeliano può liberamente recarvisi, come tra l’altro potrebbe pure accedere nei territori in cui l’Autorità palestinese (AP) esercita le proprie prerogative.

Certo, in pratica la AP potrebbe negargli l’accesso. Tuttavia, visto che dopo aver passato un check-point israeliano il più delle volte non s’incontra l’omologo palestinese, per un israeliano le cose stanno diversamente.

In questa terra calda, in cui gli abitanti hanno diversi status,che permettono l’accesso a un bacino di diritti più o meno nutrito, anche il territorio si presenta stratificato e suddiviso in maniera complessa.

In particolare, per quanto riguarda la Cisgiordania, ovvero la parte ad ovest del mar Morto e del fiume Giordano, da cui la denominazione Westbank, e ad esclusione dei territori sui quali si costituisce lo Stato d’Israele attualmente, gli accordi di Oslo del 1994 che valsero il Nobel della pace al binomio israelo-palestine Rabin-Arafat prevedono la suddivisione del territorio in tre aree: l’area A, B e C.

In quella sede fu stabilito che nelle zone A l’AP abbia competenza esclusiva in materia civile e di sicurezza e che lo stesso valga per l’autorità israeliana nelle zone C, mentre che nelle zone B la competenza sia condivisa (in pratica, delle questioni di sicurezza se ne occupa la leva di giovani ragazzi e ragazze  israeliani mandati a fare il militare, mentre delle questioni civili, dal lato palestinese, se ne occupa l’AP attraverso i suoi organi).

Ma come si fa a sapere in quale delle tre aree ci si trova? Bella domanda. Diciamo che un occhio inesperto come il nostro non si accorge del passaggio da una zona all’altra se non fosse perché chi ci accompagna in queste terre di amore e sofferenze ce lo fa notare.

Anche perché le differenti aree di competenza si estendono sul territorio a macchia di leopardo, come previsto dagli accordi. E qui è interessante notare come di conseguenza, lo Stato di Israele di fatto si estenda ben oltre agli attuali confini, perché infatti (come ci riporta Carolina – a breve la fonte) del Westbank il 60% del territorio si trova nell’area C.

Inoltre, qui le distanze valgono in modo diverso rispetto a casa. Ciò che è vicino per noi, per un israeliano o un palestinese lo è molto meno. (pf)

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