Estrazione con il tag " check point"
lug 17, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Check point 360

Martedì 17 luglio. Arriviamo al check-point 360 che sono le otto e un quarto. Questa mattina non c’è coda. Dopo un rapido controllo dei passaporti attraversiamo i metal detector e ci dirigiamo verso un bus polveroso.

Carolina, originaria delle isole Vergini, diplomata in international security (o in-security, come preferisce dire lei) a Parigi e collaboratrice della Society of St. Yves, ci racconta che vivendo a Betlemme (Betla-hem, per chi volesse tentare una pronuncia arabeggiante) e lavorando a Gerusalemme spesso le capita di impiegare due ore per passare il check-point e accedere in territorio israeliano.

E come lei, così migliaia di persone che ogni giorno si recano al di là del muro.

Siamo diretti alla Città Vecchia, dove incontreremo Manal Hazzan Abu Sinni, l’avvocata della Society of St Ives che rappresenta le sorelle salesiane davanti alla corte d’appello speciale presso il tribunale di Tel Aviv.

Ma un cittadino palestinese può andare liberamente a Gerusalemme? No. A meno che non sia un arabo-israeliano.

O un cittadino palestinese con un permesso speciale (lavoro, salute, religione scuola etc..) rilasciato dalle autorità israeliane; oppure un palestinese residente a Gerusalemme e quindi in possesso del documento che ne attesta la residenza, la residency card.

Perciò un arabo-palestinese non può recarsi alla spianata delle moschee senza un permesso con il quale presentarsi ai check-point, code permettendo.

Gerusalemme

Mentre un israeliano può liberamente recarvisi, come tra l’altro potrebbe pure accedere nei territori in cui l’Autorità palestinese (AP) esercita le proprie prerogative.

Certo, in pratica la AP potrebbe negargli l’accesso. Tuttavia, visto che dopo aver passato un check-point israeliano il più delle volte non s’incontra l’omologo palestinese, per un israeliano le cose stanno diversamente.

In questa terra calda, in cui gli abitanti hanno diversi status,che permettono l’accesso a un bacino di diritti più o meno nutrito, anche il territorio si presenta stratificato e suddiviso in maniera complessa.

In particolare, per quanto riguarda la Cisgiordania, ovvero la parte ad ovest del mar Morto e del fiume Giordano, da cui la denominazione Westbank, e ad esclusione dei territori sui quali si costituisce lo Stato d’Israele attualmente, gli accordi di Oslo del 1994 che valsero il Nobel della pace al binomio israelo-palestine Rabin-Arafat prevedono la suddivisione del territorio in tre aree: l’area A, B e C.

In quella sede fu stabilito che nelle zone A l’AP abbia competenza esclusiva in materia civile e di sicurezza e che lo stesso valga per l’autorità israeliana nelle zone C, mentre che nelle zone B la competenza sia condivisa (in pratica, delle questioni di sicurezza se ne occupa la leva di giovani ragazzi e ragazze  israeliani mandati a fare il militare, mentre delle questioni civili, dal lato palestinese, se ne occupa l’AP attraverso i suoi organi).

Ma come si fa a sapere in quale delle tre aree ci si trova? Bella domanda. Diciamo che un occhio inesperto come il nostro non si accorge del passaggio da una zona all’altra se non fosse perché chi ci accompagna in queste terre di amore e sofferenze ce lo fa notare.

Anche perché le differenti aree di competenza si estendono sul territorio a macchia di leopardo, come previsto dagli accordi. E qui è interessante notare come di conseguenza, lo Stato di Israele di fatto si estenda ben oltre agli attuali confini, perché infatti (come ci riporta Carolina – a breve la fonte) del Westbank il 60% del territorio si trova nell’area C.

Inoltre, qui le distanze valgono in modo diverso rispetto a casa. Ciò che è vicino per noi, per un israeliano o un palestinese lo è molto meno. (pf)

mag 21, 2009 - Maggio 2009    Non ci sono commenti

Cassa Padana, missione in Palestina

Un viaggio in Palestina è, nella mente di chi non ci è mai stato, sempre motivo di grandi aspettative che raramente ci si aspetta di vedere frustrate se solo si pensa a quale crocevia di razze, religioni, culture, storia e aspirazioni siano state e rappresentino tuttora i luoghi calpestati da patriarchi, profeti e messia di Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

E, in realtá, questa terra dalla luce cosí abbacinante non delude nemmeno chi ci va non per un pellegrinaggio nella storia o nelle pieghe della propria fede, ma per capire come aiutarne lo sviluppo come è successo a noi di Cassa Padana, in Palestina per una missione davvero speciale.

Cassa Padana è  stata infatti invitata a conoscere la realtá economica, finanziaria ed istituzionale della Palestina, e in particolare della Cisgiordania, dalla Regione Lombardia, che da anni tesse relazioni con i Territori Occupati. La missione, volata in Palestina nella settimana dal 19 al 24 maggio, era composta da Cassa Padana, dal Credito Cooperativo dell’Adda e del Cremasco, dalla Federazione Lombarda delle banche di credito cooperativo e guidata da Christian Zaknoun, palestinese residente in Italia.

Muro Palestina

Ramallah, checkpoint - bambini che tirano le pietre

Insieme abbiamo toccato punti nevralgici dell’area,  tra Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. Qui abbiamo avuto modo di conoscere l’Autoritá Monetaria Palestinese, l’Universitá di Betlemme, l’Ospedale di Medicina Riabilitativa BASR di Beit Jala, imprenditori ed esponenti del mondo finanziario, politico e religioso che operano nei Territori. Il prossimo luglio una missione composta dall’Autoritá Monetaria e da politici palestinesi visiterá l’Italia per conoscerne il movimento di credito cooperativo.

La Palestina è una regione alla ricerca della propria identitá, dove la commistione si percepisce subito appena si realizza che non esiste una moneta palestinese ma che shekel israeliani, dinari giordani, dollari nordamericani ed euro sono perfetti sostituti nel regolare qualsiasi transazione commerciale.

La sua bancarizzazione è di un’entitá finanziaria ogni 20.000 abitanti e le banche che vi operano sono soprattutto straniere, con un ruolo di spicco di quelle giordane, ma esistono anche alcune banche locali. L’Autoritá Monetaria Palestinese, il cui scopo non è la costituzione di una moneta unica ma la stabilità del sistema, ci spiega che esiste risparmio nell’area, ma l’instabilitá che l’ha caratterizzata da sempre ha portato molte persone a non considerare nemmeno la possibilitá di depositarlo in una banca, privilegiando l’acquisto di monete d’oro, custodite nelle case e vendute al mercato nel momento del bisogno.

La decennale ricerca di una identità emerge in tutta la sua prepotenza e drammaticitá, poi, nel perenne conflitto che non ha come unica direttrice l’antagonismo tra ebrei e musulmani, ma è destino ineluttabile della minoranza araba cristiana, percepita come corpo estraneo dagli israeliani in quanto araba e dai palestinesi musulmani perché cristiana e, quindi, crociata.

 

Sottaceti nel souq di Gerusalemme

 

La Palestina è un coacervo di razze e culture che vivono nello stesso posto senza realmente convivere, un insieme di diritti di proprietá su ogni singola pietra tramandati da secoli, che sfociano in uno status quo inviolabile a pena di guerre fratricide e che fanno sí che una scala posta sulla facciata del Santo Sepolcro di Gerusalemme sia ferma ed intoccabile da almeno 150 anni.

I Territori Occupati e in particolare la Cisgiordania, inondati di soldi che spesso hanno portato ad un assistenzialismo senza futuro, sono uno stato senza uno stato, corredato di governo e istituzioni, ma che di fatto non puó operare efficacemente a causa di un muro, in alcuni punti alto due volte quello di Berlino, e dall’impossibilitá di accesso per i palestinesi alle strade principali della Cisgiordania, elementi questi che hanno anche un ovvio impatto sull’economia della regione. I Territori sono quindi una costellazione di isole, di cittá non connesse tra loro e che non possono comunicare secondo un “divide et impera” a noi molto familiare. Gli spostamenti e la vita dei palestinesi sono regolati da continui controlli ai check point che, nei casi piú fortunati, rendono un viaggio di pochi chilometri lungo ore d’attesa, nei casi peggiori, dividono famiglie intere per anni.

Di questo ci ha parlato Edmond Shehadeh, direttore del Bethlehem Arab Society for Rehabilitation, un ospedale specializzato in riabilitazione e nel miglioramento della qualitá di vita delle persone diversamente abili. La sua casa centenaria, teatro di un’indimenticabile cena palestinese con vari esponenti di spicco della comunitá araba cristiana di Betlemme, è stata in diverse occasioni bombardata dagli israeliani o occupata dal loro esercito per piú giorni, durante i quali nemmeno le piante dei vasi sono state risparmiate ai controlli maniacali e manichei che possono toccare a sfortunati turisti e alle loro valigie all’aeroporto di Tel Aviv.

L’ospedale di Edmond si occupa dei disabili e cerca di alleviarne le sofferenze curandoli e dando loro un ruolo attivo e degno nella societá: i disabili portano cioè sviluppo nella comunitá dando diritti ai non disabili attraverso la creazione, ad esempio, di giardini per farci giocare i loro figli e di lavoro ed empowerment per le donne, portando cioè ogni persona ad accettare l’altro nella sua diversità.

La Cupola della Roccia

In una terra come questa in cui non c’è una vera e propria cultura della condivisione, dove le persone di diversa razza e religione non sono abituate a collaborare per uno stesso scopo e su uno stesso progetto, c’è bisogno di persone come Edmond che dedicano la propria vita a far emergere i talenti di tutti a beneficio di tutti e che per questo godono dell’enorme fiducia non solo dei membri della propria comunità di riferimento ma anche degli esponenti di spicco delle altre comunitá.

In questa terra cosí piena di talenti e di gente capace, cosí ricca di risorse inespresse, sará comunque non immediato convincere le persone a creare una cassa cooperativa, a mettere i soldi in un posto in cui si vive sotto occupazione, in cui da un momento all’altro si puó essere obbligati ad andarsene dalle proprie case, dalla propria terra e dai luoghi di approvvigionamento dell’acqua, in cui non c’è certezza di niente. Ma, forse, questa futura cassa di Betlemme potrá essere per loro, alla stregua dell’acquisto dei soli prodotti palestinesi, un nuovo modo di combattere l’occupazione.

eb


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