Estrazione con il tag " Gerusalemme"
lug 22, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Al-Quds e gli ulivi di Cremisan


Sono stato a Al-Quds la Santa, la città vecchia;
ho attraversato la Porta di Damasco, e il pensiero è volato al tempo delle crociate;
ho percorso Via Dolorosa e sono arrivato al Santo Sepolcro, dove si dice che Cristo sia stato crocifisso;
ho visitato il Muro Occidentale indossando la kippah per rispetto verso qualcuno che non ho mai visto ma che in molti continuano a cercare proprio lì;
ho ascoltato i lamenti delle preghiere e ho camminato all’indietro lungo la spianata, fino a quando non ho scorto la cupola dorata, situata giusto al di sopra dei resti del Secondo Templio, fatto edificare ai tempi di Erode il Grande dopo l’esilio babilonese e nuovamente distrutto da Tito nel 70 a.C..

Eppure sono convinto di aver trovato maggior spiritualità nelle speranze degli abitanti di Beit Jala e nelle radici degli ulivi di Cremisan.

Come dice padre Ibrahim, è qui fra queste terre e questa gente, in questa valle che io cerco Dio. (pf)

lug 21, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Non solo jadar

Ieri abbiamo visitato il campo profughi di Aida, vicino a Beit Jala. Volevamo vedere piu da vicino lo jadar, il muro in arabo.

Due precisazioni: quando leggete “campo profughi” non dovete immaginare una tendopoli. Aida esiste ormai da 64 lunghi anni. E durante questo tempo, la gente ha malgrado tutto cercato di ricostruirsi una vita. Cominciando da una casa. E cosi avanti fino a ricreare un paese.

Ma quali profughi? Inizialmente, nel ’48 si trattava di tutti coloro i quali si erano insediati nei dintorni di Gerusalemme per scappare alla guerra arabo-israeliana (per gli israeliani, dell’indipendenza), scoppiata dopo la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948 (oggi, giorno di festa per gli israeleini e giorno di lutto per i palestinesi, che lo chiamano nakba, la catastrofe).

Oggi nel campo-paese vivono i figli dei figli, ad eccezione di quei figli dei figli che hanno la possibilita di emigrare per costruirsi una vita altrove.

Lungo uno dei lati di Aida, seguendo un percorso non sempre diritto come potremmo immaginarci, corre jadar, alto nove metri e ricoperto di filo spinato.

Siamo saliti sul tetto di una casa, dove sono installate le cisterne d’acqua. Da lì riusciamo a vedere gli insediamenti dall’altro lato del muro. E cosi anche i loro tetti. Niente cisterne.

Mentre le prime abitazioni dei coloni si trovano a mezzo km  dal muro, dal lato palestinese la distanza dalla barriera ha la misura di una strada normale.Dove spesso bisogna fare marcia indietro perché in due non ci si sta.

E mentre da questa parte il muro è colorato, disegnato, scritto, bruciato, sporco e odiato, mi immagino che dall’altra sia intonso.

Un insediamento israeliano nei territori palestinesi

Un insediamento israeliano nei territori palestinesi

L’ acqua è una questione delicata in questi campi-paese, dove spesso d’estate non ci si puo permettere più di due docce al mese.

Non sono mai stato in una casa di uno dei tanti insediamenti israeliani circostanti, ma qui tutti mi dicono che lì di acqua ne hanno in abbondanza. E mi sembra plausibile, viste le rigogliose coltivazioni attorno agli insediamenti che costeggiamo sulla strada verso il villaggio di Kherbet Zakarya.

Il villaggio

Il villaggio

Kherbet Zakarya, più di Aida, è un villaggio fatiscente. Ed è difficile rimanere impassibili quando, dopo aver percorso le aree urbane costruite dai coloni negli ultimi trent’anni (dopo la guerra dei sei giorni) su queste colline a sud di Gerusalemme, finalmente lo raggiungiamo.

Il villaggio conta 600 anime, più qualche mucca e diverse pecore. I suoi abitanti non hanno il diritto di costruzione: è cosi dal 1967. Le strade sono sterrate: vietato asfaltare. Pochi campi da coltivare: quasi tutti sono stati confiscati.

Perfino il minareto è rimasto a metà. Le autorità israeliane ne hanno bloccato la costruzione. Il divieto vale anche per i luoghi di preghiera.

Il minareto non finito

Il minareto non finito

Da uno dei suoi angoli polverosi, si scorge un insediamento israeliano sul lato opposto della collina. In particolare, dal centro ricreativo del villaggio, costruito in pietra con il tetto in zinco (che significa caldo d’estate e freddo d’inverno) si vedono una sinagoga e quello che ci viene indicato come un polo iniversitario.

Vicino a un campo giochi che sembra una discarica, facciamo la nostra intervista, in un puzzo di urina ed escrementi che  per fortuna assale le narici solo a tratti.

Il campo giochi del villaggio

Il campo giochi del villaggio

Due bimbi seguono la nostra troupe. Sono le loro scarpe a colpire la mia attenzione: in perfetto pendant con il loro villaggio, quasi da buttar via. (pf)

lug 21, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Farah

Dopo una giornata dedicata alle cooperative di micro credito delle donne di Nablus, cittadina a 60km a nord di Gerusalemme, mentre Macri, Silvano, Christian e Carolina fanno ritorno a Beit Jala, io mi fermo a Gerusalemme, dove vago per i quattro quartieri della Città Vecchia senza alcuna meta precisa.

La città vecchia

Dopo un breve incontro con la polizia israeliana che nel chiedermi se ero in possesso di hashish immagino avesse intenzione di intimidirmi e con un simpatico vecchietto che per qualche NIS mi fa da guida per una mezz’oretta, faccio amicizia con un commerciante di stoffe palestinese assieme al quale mi fermo a fare due chiacchiere fino alla chiusura della sua bottega.

Attraversiamo insieme i tre mercati coperti in un dedalo di viuzze strette fino ad arrivare alla porta di Damasco.

Lì ci separiamo, augurandoci simpaticamente buona fortuna e tanti auguri per il futuro – in particolare in vista del Ramadan che a partire da ieri e per i prossimi trenta giorni vieta ad ogni musulmano di toccar cibo e acqua dall’alba al calar del sole, malgrado questo caldissimo luglio.

Il mercato di Gerusalemme

Il mercato di Gerusalemme

Di corsa, zompo sul bus numero 21 diretto a Betlemme e che sta lasciando Sultan Suleiman road all’istante e, per sette shekel trenta, strappo il biglietto e prendo posto vicino ad una ragazza il cui capo è coperto da un grazioso velo chiaro.

Dopo pochi minuti, il bus sterza sul ciglio della strada e tre ragazze in tuta militare verde salgono per controllare i documenti.

Un ragazzo seduto qualche sedile davanti a noi viene gentilmente invitato a scendere, perché, come mi spiegherà in seguito Farah, il suo documento gli permette di essere ad Al Quds (Gerusalemme in arabo: la Santa) non oltre le sette di sera.

E al momento del controllo, le sette erano passate ormai da 23 minuti.

Nonostante ciò, ripartiamo col malcapitato a bordo. Non so se dover ringraziare lui o le giovani soldatesse in erba. Fatto sta che la perfetta coordinazione di entrambi mi ha permesso di fare la conoscenza della mia compagna di viaggio.

La porta di Damasco a Gerusalemme

La porta di Damasco a Gerusalemme

Intuisco che Farah ha la mia età, come mi confermerà nel corso della conversazione, e questo ci mette a nostro agio, permettendo ad entrambi di disinibire la curiosità che ciascuno prova verso l’altra.

E così mi racconta che a breve si sposerà e lascerà il Paese e Gerusalemme, dove è nata e dove lavora presso diverse scuole come educatrice per bambini disabili.

La conversazione prosegue in un inglese pacato e, senza nascondere un seppur timido entusiasmo, Farah mi parla del matrimonio. Lei e il suo futuro sposo si sono incontrati per la prima volta due settimane fa ad Amman, in Giordania.

Non potevano incontrarsi in Palestina, perché lui non aveva i documenti necessari per farle visita. Fanno parte della stessa famiglia, ma sono parenti lontani, si affretta ad assicurarmi lei.

Anche lui è palestinese ma oggi vive negli Emirati, dove lavora presso una banca ad Abu Dhabi. Ed è stata lei a volerlo incontrare prima di dire sì, perché, mi spiega, se avesse voluto avrebbe potuto rifiutarlo.

Purtroppo Fharah deve scendere a Giv’at HaMatos,senza lasciarci il tempo di conoscersi di più. (pf)

lug 18, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Terra esagerata e dolente

Questa è una terra esagerata. Tutta bianca la mattina. Tutta rosa alla sera. Alle 9 sono già 37 gradi. Nel primo pomeriggio si arriva a 40.

Verso il deserto, dopo Betlemme

Verso il deserto, dopo Betlemme

Una terra esagerata perché se in qualunque altro posto del mondo Dio è una teoria o un atto di fede, qui è una presenza tangibile che ti viene ricordata in ogni momento.

Che parla dolente attraverso i suoni concitati di Betlemme e Gerusalemme. Il canto del muezzin. Il suono delle campane.

Quando nel 1967 l’esercito israeliano entrò a Gerusalemme, c’erano anche lo scrittore Amos Oz e il nobel Elie Wiesel.

A Gerusalemme

A Gerusalemme

Loro come tutti gli altri volevano a tutti i costi, e subito, vedere vivere la Bibbia. Toccare con mano i luoghi sacri. Fermarsi sul monte degli ulivi. Attraversare la spianata dei templi. Rincorrere i profeti.

Qui vaga fra gli ulivi assetati il Dio dei cristiani. Il Dio degli ebrei. Il Dio dei mussulmani.

Il muro vicino a Betlemme

Il muro vicino a Betlemme

Eppure gli ebrei non conoscono i mussulmani e i mussulmani non conoscono gli ebrei. Vivono fianco a fianco gli israeliani e i palestinesi, senza sapere nulla gli uni degli altri. Senza voler sapere nulla.

Qualche tempo fa, nelle scuole, hanno chiesto ai bambini isareliani di disegnare i palestinesi. E ai bambini palestinesi di disegnare gli israeliani.

I primi hanno raccontato dei mostri. I secondi dei militari. (mp)

lug 17, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Check point 360

Martedì 17 luglio. Arriviamo al check-point 360 che sono le otto e un quarto. Questa mattina non c’è coda. Dopo un rapido controllo dei passaporti attraversiamo i metal detector e ci dirigiamo verso un bus polveroso.

Carolina, originaria delle isole Vergini, diplomata in international security (o in-security, come preferisce dire lei) a Parigi e collaboratrice della Society of St. Yves, ci racconta che vivendo a Betlemme (Betla-hem, per chi volesse tentare una pronuncia arabeggiante) e lavorando a Gerusalemme spesso le capita di impiegare due ore per passare il check-point e accedere in territorio israeliano.

E come lei, così migliaia di persone che ogni giorno si recano al di là del muro.

Siamo diretti alla Città Vecchia, dove incontreremo Manal Hazzan Abu Sinni, l’avvocata della Society of St Ives che rappresenta le sorelle salesiane davanti alla corte d’appello speciale presso il tribunale di Tel Aviv.

Ma un cittadino palestinese può andare liberamente a Gerusalemme? No. A meno che non sia un arabo-israeliano.

O un cittadino palestinese con un permesso speciale (lavoro, salute, religione scuola etc..) rilasciato dalle autorità israeliane; oppure un palestinese residente a Gerusalemme e quindi in possesso del documento che ne attesta la residenza, la residency card.

Perciò un arabo-palestinese non può recarsi alla spianata delle moschee senza un permesso con il quale presentarsi ai check-point, code permettendo.

Gerusalemme

Mentre un israeliano può liberamente recarvisi, come tra l’altro potrebbe pure accedere nei territori in cui l’Autorità palestinese (AP) esercita le proprie prerogative.

Certo, in pratica la AP potrebbe negargli l’accesso. Tuttavia, visto che dopo aver passato un check-point israeliano il più delle volte non s’incontra l’omologo palestinese, per un israeliano le cose stanno diversamente.

In questa terra calda, in cui gli abitanti hanno diversi status,che permettono l’accesso a un bacino di diritti più o meno nutrito, anche il territorio si presenta stratificato e suddiviso in maniera complessa.

In particolare, per quanto riguarda la Cisgiordania, ovvero la parte ad ovest del mar Morto e del fiume Giordano, da cui la denominazione Westbank, e ad esclusione dei territori sui quali si costituisce lo Stato d’Israele attualmente, gli accordi di Oslo del 1994 che valsero il Nobel della pace al binomio israelo-palestine Rabin-Arafat prevedono la suddivisione del territorio in tre aree: l’area A, B e C.

In quella sede fu stabilito che nelle zone A l’AP abbia competenza esclusiva in materia civile e di sicurezza e che lo stesso valga per l’autorità israeliana nelle zone C, mentre che nelle zone B la competenza sia condivisa (in pratica, delle questioni di sicurezza se ne occupa la leva di giovani ragazzi e ragazze  israeliani mandati a fare il militare, mentre delle questioni civili, dal lato palestinese, se ne occupa l’AP attraverso i suoi organi).

Ma come si fa a sapere in quale delle tre aree ci si trova? Bella domanda. Diciamo che un occhio inesperto come il nostro non si accorge del passaggio da una zona all’altra se non fosse perché chi ci accompagna in queste terre di amore e sofferenze ce lo fa notare.

Anche perché le differenti aree di competenza si estendono sul territorio a macchia di leopardo, come previsto dagli accordi. E qui è interessante notare come di conseguenza, lo Stato di Israele di fatto si estenda ben oltre agli attuali confini, perché infatti (come ci riporta Carolina – a breve la fonte) del Westbank il 60% del territorio si trova nell’area C.

Inoltre, qui le distanze valgono in modo diverso rispetto a casa. Ciò che è vicino per noi, per un israeliano o un palestinese lo è molto meno. (pf)

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