Estrazione con il tag " Getsemani"
lug 21, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

La messa degli ulivi

Chissà se gli abitanti dell’insediamento israeliano di Gilo si affacciano alla finestra il venerdì pomeriggio alle 16.30.

Chissà se guardano le bandiere palestinesi sventolare accanto all’altare improvvisato in mezzo agli ulivi, dall’altra parte della valle di Cremisan, a un chilometro di distanza in linea d’aria dalle loro case.

Chissà se riescono a immaginare le parole di padre Ibrahim Shaouli che dall’ottobre 2011, ogni venerdì, invoca e prega il Dio dei cristiani perché aiuti la valle, i suoi antichi alberi contorti, le sue vigne, le sue 58 famiglie palestinesi, contro il progetto di un muro che la potrebbe separare per sempre dalla comunità di Beit Jala, alle porte di Betlemme.

Se vedessero, se ascoltassero, se fossero qui, anche quei coloni israeliani penserebbero a questo muro come a un’ennesima follia.

Perché questo è il progetto del muro nella valle di Cremisan. Folle e senza pietà.
 

Viene invocato da Israele per le solite questioni di sicurezza (ma qui sono anni che non ci sono disordini o tensioni) che nascondono la volontà di confiscare altre terre per permettere altri insediamenti o l’ampliamento di Gilo e Har Gilo che si guardano, uno di fronte all’altro, dalle colline di Cremisan.

“Non è un segno di protesta questa messa”, spiega pacatamente padre Ibrahim. “Per impedire questo muro – la corte israeliana si pronuncerà fra ottobre e novembre – abbiamo parlato con tante persone, abbiamo chiesto aiuto a tanti. Ora ci rivolgiamo a Dio.
 

Nel giardino dei Getsemani, gli ulivi hanno pianto insieme a Gesù. Ora Gesù viene a piangere con noi, all’ombra dei suoi ulivi, dei nostri ulivi che con il muro perderanno per sempre coloro che li amano e li curano”.

Nel sommesso rumore del vento, cullati dalla struggente litania della musica araba, abbagliati dal sole, tutti qui sono certi della forza della preghiera.

“Questa è la valle simbolo della presenza cristiana in Palestina”, aggiunge Ibrahim Shaouli, “da più di un secolo i monaci e le suore sono testimoni vivi di questo luogo. Danno lavoro alla comunità di Beit Jala, al 70% cristiana, coltivano le terre, danno un’istruzione ai nostri bambini. I cristiani di Palestina si riconoscono in questo luogo di bellezza e pace”.

Solo qualche volta suore e monaci di Cremisan si sono uniti alla messa. L’azione legale contro il muro avviata dalle suore salesiane e alla quale solo in un secondo momento si sono uniti i monaci, ha scatenato inquietudini e timori legati anche alla necessità – per loro come per il Vaticano – di mantenere rapporti per così dire sereni con Israele.

Bruno, un volontario abruzzese del Vis che aiuta i monaci nelle vigne di Cremisan, conferma ogni timore: volontari e religiosi hanno il divieto di parlare con la stampa.

Lo ha deciso il Vaticano dopo che la diversa visione della questione fra convento e monastero, all’inizio dell’anno, è uscita anche sui giornali italiani.

Se le suore, fin dal primo momento, si sono affidate ai legati della Society of St.Ives per far valere le loro ragioni e non perdere la possibilità di fare scuola ai 500 bambini della comunità di Beit Jala, i monaci, invece, sono rimasti all’inizio più in disparte.

Padre Ibrahim Shaouli

Padre Ibrahim Shaouli

Le vigne che coltivano, dalle quali nasce l’unico vino palestinese (per ora), il Cremisan, con il muro potrebbero finire in area israeliana. E forse ciò non guasterebbe al commercio del Cremisan.

Ma non è questo il problema che interessa le 58 famiglie palestinesi che il muro separerà dalle proprie terre.

Né quello della comunità di Beit Jala o quella di Betlemme che qui hanno la loro valle più fertile, dal punto di vista ambientale davvero preziosa e luogo d’elezione per le passeggiate, i giochi, il tempo libero.

E’ piuttosto la necessità di difendersi a tutti i costi dal progetto israeliano di costruire un muro anche qui. L’ennesimo in un’area come la Cisgiordania, assediata da oltre 700 chilometri di muraglia che nei progetti dovrebbero arrivare a quasi un migliaio.

Dopo la costruzione del muro a Cremisan, sarà ancora più difficile raggiungere Betlemme da Gerusalemme.

Per i palestinesi della Cisgiordania ai quali già oggi è negato l’accesso alla città santa – se non con permessi che si riescono a ottenere con estrema difficoltà – sarà davvero impossibile. Non saranno solo i check point a fermare ognuno di noi.

Il rischio concreto è l’isolamento totale della Cisgiordania.

“Il Vaticano ha già fatto molto per i Palestinesi” assicura padre Ibrahim, “e anche in questo caso ci potrebbe aiutare. Ma Israele non ha paura di nessuno e pensa solo al proprio interesse. Se davvero credono in questo muro, il rischio è che vadano avanti, senza curarsi di nessuno”.

Ma sa bene padre Ibrahim che la speranza è da sempre la fedele sposa dei Palestinesi.

E che Cremisan potrebbe diventare un caso simbolo della lotta contro il muro. Vincere qui significherebbe aprire un’altra storia per la Cisgiordania.

Per questa speranza, per queste ragioni, ogni venerdì lo troverete lì. All’ombra degli antichi ulivi, in quella terra gloriosa che, fin da prima di Mosé, era un deserto che loro avevano fatto rifiorire.

 


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