Estrazione con il tag " Israele"
nov 14, 2012 - Missioni    Non ci sono commenti

I vescovi americani scrivono a Hillary Clinton

Mentre oggi, 13 novembre, davanti alla Corte di Israele si tengono gli ultimi dibattimenti, il caso della valle di Cremisan arriva all’attenzione di Hillary Clinton, segretario di Stato degli Stati Uniti, in carica fino a gennaio 2013.

La messa nella valle di Cremisan

La messa nella valle di Cremisan

La scorsa settimana il Comitato per la giustizia e la pace nel mondo dei vescovi cattolici americani ha scritto un’accorata lettera alla Clinton.

Il presidente del comitato, il vescovo Richard E.Pates, ha chiesto al Governo Obama di intervenire non solo per fermare l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania, ma anche e soprattutto di convincere gli israeliani a rivedere il percorso del muro di separazione che dovrebbe sorgere e dividere in due la valle di Cremisan.

La valle di Cremisan

La valle di Cremisan

La lettera del vescovo spiega la situazione delle 58 famiglie di Beit Jala che verrebbero private delle loro terre.

Ma fa anche presente che se il muro continuerà su quella strada, il percorso di pace fra Palestina e Israele diventerà ancora più difficile.

E che l’ennesimo esproprio di terre e case non farà che dare forza alla frustrazione e alla rabbia del popolo palestinese.

Hillary Clinton

Hillary Clinton

Ecco la lettera.

November 8, 2012
Honorable Hillary Rodham Clinton
Secretary of State
2201 C. Street N.W.
Washington, DC 20520

Dear Madam Secretary:
Recent actions by Palestinians and Israelis perpetuate an unsustainable status quo that is profoundly dangerous to both peoples.

Both sides are undermining the possibility of a two-state solution to the conflict—a secure and recognized Israel living in peace alongside a viable and independent Palestinian state.

The recent barrage of rocket attacks from Gaza into Southern Israel represents a continuing pattern of morally unjustifiable uses of indiscriminate force against civilians. They spread fear among Israeli families and damage the Palestinian cause by undercutting the trust necessary for negotiations.

Israeli occupation and security policies are also undermining the possibility of a two-state solution. A recent statement of the Assembly of Catholic Ordinaries of the Holy Land expressing great concern over the route of the Israeli-Palestinian separation barrier in the Cremisan Valley is a vivid case in point.

The State of Israel plans to re-route the separation barrier through the Cremisan Valley, which will harm 58 Christian families whose livelihoods and living conditions depend on these lands.

Proceeding with this plan will cut families off from agricultural and recreational lands, other family members, water sources, and schools – including depriving Christian Palestinian youth of fellowship with their peers.

In solidarity with our brother bishops in the Holy Land, we oppose re-routing the separation wall in the Cremisan Valley and ask the State Department to raise the concerns expressed by the bishops of the Holy Land in the enclosed statement with the government of Israel.

The Cremisan Valley situation is a microcosm of a protracted pattern that has serious implications for the ongoing Israeli-Palestinian conflict.
As the wall moves and constricts more and more communities in the West Bank, the possibility of a future resolution becomes less likely.

Moving the wall and disassociating Palestinian families from their lands and livelihoods will incite more resentment against the State of Israel among residents of the West Bank, not less, increasing the frustrations that can lead to violence.

Such policies put Israeli citizens at risk and weaken initiatives for reconciliation and peace.

USCCB supports a two-state solution to the Israeli-Palestinian conflict, an end of indefensible rocket attacks in southern Israel, and a reversal of Israeli policies, like those proposed in the Cremisan Valley, that undermine a just resolution of the conflict.

Our Conference reiterates its call for strong U.S. leadership that holds both parties accountable for building a just and lasting peace. Palestinians must end violence, improve security and strengthen governance.

Israelis must stop settlement expansion in the West Bank, ease residency requirements that separate families, cease home demolitions in East Jerusalem in order to protect Palestinian families, allow movement of people and goods in the West Bank, and review the route of the security barrier for its impact on Palestinian lives and livelihoods, including in the Cremisan Valley.

Leaders on both sides must give Israelis and Palestinians hope for a different future free of fear and full of promise.

Sincerely yours,
Most Reverend Richard E. Pates
Bishop of Des Moines
Chair, Committee on International Justice and Peace

lug 21, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

La messa degli ulivi

Chissà se gli abitanti dell’insediamento israeliano di Gilo si affacciano alla finestra il venerdì pomeriggio alle 16.30.

Chissà se guardano le bandiere palestinesi sventolare accanto all’altare improvvisato in mezzo agli ulivi, dall’altra parte della valle di Cremisan, a un chilometro di distanza in linea d’aria dalle loro case.

Chissà se riescono a immaginare le parole di padre Ibrahim Shaouli che dall’ottobre 2011, ogni venerdì, invoca e prega il Dio dei cristiani perché aiuti la valle, i suoi antichi alberi contorti, le sue vigne, le sue 58 famiglie palestinesi, contro il progetto di un muro che la potrebbe separare per sempre dalla comunità di Beit Jala, alle porte di Betlemme.

Se vedessero, se ascoltassero, se fossero qui, anche quei coloni israeliani penserebbero a questo muro come a un’ennesima follia.

Perché questo è il progetto del muro nella valle di Cremisan. Folle e senza pietà.
 

Viene invocato da Israele per le solite questioni di sicurezza (ma qui sono anni che non ci sono disordini o tensioni) che nascondono la volontà di confiscare altre terre per permettere altri insediamenti o l’ampliamento di Gilo e Har Gilo che si guardano, uno di fronte all’altro, dalle colline di Cremisan.

“Non è un segno di protesta questa messa”, spiega pacatamente padre Ibrahim. “Per impedire questo muro – la corte israeliana si pronuncerà fra ottobre e novembre – abbiamo parlato con tante persone, abbiamo chiesto aiuto a tanti. Ora ci rivolgiamo a Dio.
 

Nel giardino dei Getsemani, gli ulivi hanno pianto insieme a Gesù. Ora Gesù viene a piangere con noi, all’ombra dei suoi ulivi, dei nostri ulivi che con il muro perderanno per sempre coloro che li amano e li curano”.

Nel sommesso rumore del vento, cullati dalla struggente litania della musica araba, abbagliati dal sole, tutti qui sono certi della forza della preghiera.

“Questa è la valle simbolo della presenza cristiana in Palestina”, aggiunge Ibrahim Shaouli, “da più di un secolo i monaci e le suore sono testimoni vivi di questo luogo. Danno lavoro alla comunità di Beit Jala, al 70% cristiana, coltivano le terre, danno un’istruzione ai nostri bambini. I cristiani di Palestina si riconoscono in questo luogo di bellezza e pace”.

Solo qualche volta suore e monaci di Cremisan si sono uniti alla messa. L’azione legale contro il muro avviata dalle suore salesiane e alla quale solo in un secondo momento si sono uniti i monaci, ha scatenato inquietudini e timori legati anche alla necessità – per loro come per il Vaticano – di mantenere rapporti per così dire sereni con Israele.

Bruno, un volontario abruzzese del Vis che aiuta i monaci nelle vigne di Cremisan, conferma ogni timore: volontari e religiosi hanno il divieto di parlare con la stampa.

Lo ha deciso il Vaticano dopo che la diversa visione della questione fra convento e monastero, all’inizio dell’anno, è uscita anche sui giornali italiani.

Se le suore, fin dal primo momento, si sono affidate ai legati della Society of St.Ives per far valere le loro ragioni e non perdere la possibilità di fare scuola ai 500 bambini della comunità di Beit Jala, i monaci, invece, sono rimasti all’inizio più in disparte.

Padre Ibrahim Shaouli

Padre Ibrahim Shaouli

Le vigne che coltivano, dalle quali nasce l’unico vino palestinese (per ora), il Cremisan, con il muro potrebbero finire in area israeliana. E forse ciò non guasterebbe al commercio del Cremisan.

Ma non è questo il problema che interessa le 58 famiglie palestinesi che il muro separerà dalle proprie terre.

Né quello della comunità di Beit Jala o quella di Betlemme che qui hanno la loro valle più fertile, dal punto di vista ambientale davvero preziosa e luogo d’elezione per le passeggiate, i giochi, il tempo libero.

E’ piuttosto la necessità di difendersi a tutti i costi dal progetto israeliano di costruire un muro anche qui. L’ennesimo in un’area come la Cisgiordania, assediata da oltre 700 chilometri di muraglia che nei progetti dovrebbero arrivare a quasi un migliaio.

Dopo la costruzione del muro a Cremisan, sarà ancora più difficile raggiungere Betlemme da Gerusalemme.

Per i palestinesi della Cisgiordania ai quali già oggi è negato l’accesso alla città santa – se non con permessi che si riescono a ottenere con estrema difficoltà – sarà davvero impossibile. Non saranno solo i check point a fermare ognuno di noi.

Il rischio concreto è l’isolamento totale della Cisgiordania.

“Il Vaticano ha già fatto molto per i Palestinesi” assicura padre Ibrahim, “e anche in questo caso ci potrebbe aiutare. Ma Israele non ha paura di nessuno e pensa solo al proprio interesse. Se davvero credono in questo muro, il rischio è che vadano avanti, senza curarsi di nessuno”.

Ma sa bene padre Ibrahim che la speranza è da sempre la fedele sposa dei Palestinesi.

E che Cremisan potrebbe diventare un caso simbolo della lotta contro il muro. Vincere qui significherebbe aprire un’altra storia per la Cisgiordania.

Per questa speranza, per queste ragioni, ogni venerdì lo troverete lì. All’ombra degli antichi ulivi, in quella terra gloriosa che, fin da prima di Mosé, era un deserto che loro avevano fatto rifiorire.

 

lug 18, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Terra esagerata e dolente

Questa è una terra esagerata. Tutta bianca la mattina. Tutta rosa alla sera. Alle 9 sono già 37 gradi. Nel primo pomeriggio si arriva a 40.

Verso il deserto, dopo Betlemme

Verso il deserto, dopo Betlemme

Una terra esagerata perché se in qualunque altro posto del mondo Dio è una teoria o un atto di fede, qui è una presenza tangibile che ti viene ricordata in ogni momento.

Che parla dolente attraverso i suoni concitati di Betlemme e Gerusalemme. Il canto del muezzin. Il suono delle campane.

Quando nel 1967 l’esercito israeliano entrò a Gerusalemme, c’erano anche lo scrittore Amos Oz e il nobel Elie Wiesel.

A Gerusalemme

A Gerusalemme

Loro come tutti gli altri volevano a tutti i costi, e subito, vedere vivere la Bibbia. Toccare con mano i luoghi sacri. Fermarsi sul monte degli ulivi. Attraversare la spianata dei templi. Rincorrere i profeti.

Qui vaga fra gli ulivi assetati il Dio dei cristiani. Il Dio degli ebrei. Il Dio dei mussulmani.

Il muro vicino a Betlemme

Il muro vicino a Betlemme

Eppure gli ebrei non conoscono i mussulmani e i mussulmani non conoscono gli ebrei. Vivono fianco a fianco gli israeliani e i palestinesi, senza sapere nulla gli uni degli altri. Senza voler sapere nulla.

Qualche tempo fa, nelle scuole, hanno chiesto ai bambini isareliani di disegnare i palestinesi. E ai bambini palestinesi di disegnare gli israeliani.

I primi hanno raccontato dei mostri. I secondi dei militari. (mp)

lug 16, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

In Israele, liberi di essere ingenui

Se è vero che in Israele tutte le strade portano a Gerusalemme e tutte le strade cominciano con un posto di blocco, per noi il sapore di queste terre inizia appena scesi dall’aereo.

Piero viene fermato dalla sicurezza. E io pure. Silvano passa oltre.

Diamo i passaporti e iniziano le domande.

Chi siamo, dove andiamo, perché siamo in Israele, quanto stiamo, dove alloggiamo.

Noi, ingenui, diciamo che andiamo a Betlemme. Perché? Ovvio a vedere i luoghi santi. Proprio Betlemme? ci chiede il poliziotto.

Si certo, Betlemme. E quale relazione c’è fra voi due? Mamma e figlio, rispondiamo. Lui non ci crede.

Piero fa notare che sì, abbiamo un cognome diverso, ma è così che funziona per i figli in Italia.

Lo strano dialogo (in inglese) dura una decina di minuti, non di più. Solo una volta fuori dall’aeroporto di Tel Aviv, un amico ci spiega che siamo stati fortunati.

Chi dice che sta andando a Betlemme (per inciso, Palestina) viene interrogato per un paio d’ore.

Vivere in un paese dove ci si muove liberamente, c’è libertà di parola e di pensiero, ci ha reso ingenui. E sinceri. 

 


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