Estrazione con il tag " Nablus"
lug 24, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Leila e il credito alle donne

Leila è una donna tosta. Guida una delle cooperative femminili di credito più vivaci di Nablus e ha una bella pancia nascosta dal lungo vestito: aspetta il sesto figlio.

Leila

Leila

 

E’ così come la vedete in questa foto. Con il dito alzato e il piglio di un’imprenditrice occidentale guida le sue donne attraverso il complesso mondo della società araba, dell’economia di queste terre e della realtà cooperativa che nell’84% dei casi qui è in mano agli uomini.

Nel 2002 quando assieme ad alcune amiche ha fondato questa cooperativa aveva messo assieme 17 socie. Oggi ne ha 900, lavora in 17 delle 54 località di Nablus, ha un consiglio d’amministrazione fatto da 7 componenti, una dipendente (ma forse ne arriverà presto una seconda) e il bilancio in attivo.

Da gennaio la cooperativa si è trasferita in un bell’ufficio nel centro di questa cittadina palestinese che freme di attività. “Un ulteriore passo verso l’indipendenza” mi dice sorridendo.

Una collaboratrice di Leila

Una collaboratrice di Leila

In dieci anni il suo gruppo ha fatto 1046 prestiti per un valore di 2 milioni e 200mila dinari che in euro fanno due milioni.

A oggi ci sono 303 prestiti ancora aperti affidati alle mani di donne che hanno dai 18 ai 60 anni.

Il ricordo del primo prestito fatto è ormai lontano, solo 250 dinari. Oggi la media è di 2000 dinari e dura un paio d’anni.

Le destinatarie del credito sono tutte donne. Nel 96% dei casi rimborsano nei tempi stabiliti. Con attenzione e responsabilità.

Il valore di risparmio dei soci è di 417mila dinari e l’obiettivo è di arrivare entro l’anno a quota mezzo milione.

In una cooperativa di donne a Nablus

In una cooperativa di donne a Nablus

Le palestinesi chiedono soldi in prestito per alcune ragioni chiave: aprire una propria attività (come Amal che ha un salone di bellezza nella periferia di Nablus oppure Manel che a Gerusalemme ha un negozio casalingo di abbigliamento), far studiare i figli (la maggior parte ne ha sette e tutti sulle proprie spalle), pagare le cure sanitarie (proprio e quelle per i figli, visto che il marito non se ne occupa nella maggior parte delle famiglie).

Ma anche per finanziare attività nei servizi. Come la gestione delle caffetterie nelle scuole avviata nel 2006, che oggi dà lavoro a 11 donne e che ha ripagato in toto il suo debito.

I desideri della cooperativa di Leila sono molti e puntano in alto. Queste donne  stanno per aprire una sala per la formazione a Nablus. A Jenin hanno un progetto per una casa riservata alle studentesse.

In una cooperativa di donne a Nablus

In una cooperativa di donne a Nablus

Stanno mettendo a punto un “prodotto” che, a tassi molto bassi, permetterà a molte di finanziarsi gli studi e di aprire le porte a un’altra vita.

Aiutano le donne vittime di violenza da parte dei loro mariti a conservare la proprietà della casa in cui vivono.

Quando le dico, con un filo di voce perché so che sono argomenti difficili, che una delle prime cause di morte per le donne europee è la violenza domestica, Leila mi guarda e sussurra: “Allora non sono solo gli uomini arabi….”.

No Leila, non solo solo gli uomini arabi. Sarà forse anche per questo che, nonostante il mio passaporto e il tuo velo, mi sento così vicina a te e alle tue compagne. (mp)

 

lug 23, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

La guerra dei cani

La mancanza di pace non risparmia proprio nessuno. Nemmeno gli animali.

Nella nostra settimana in Palestina ho visto decine di cani randagi sul far della sera, quando fa meno caldo e i bus turistici sono rientrati in hotel, vagare per Betlemme e Beit Jala. E di giorno ripararsi all’ombra del muro.

Li ho sentiti nella notte chiamarsi abbaiando o guaendo sotto le finestre della mia camera.

Ho incontrato anche gatti. Non molti per la verità. Con il muso affilato, per via di quei geni orientali che li fanno così diversi dai nostri.  Spellacchiati e impauriti, erano sempre alla ricerca di qualcosa da mangiare fra le immondizie della città.

Una sera, nel centro di Beit Jala, alcuni ragazzi passeggiavano sul marciapiede con uno splendido arabo grigio (e non patito: gli arabi amano i cavalli).

In centro a Nablus ho visto perfino una cicogna in gabbia in un negozio che teneva anche animali. Era in vendita. Ho scoperto così che l’85% delle cicogne bianche sorvola queste terre nelle loro lunghe migrazioni.

Sempre a Nablus ho saputo che fra israeliani e palestinesi c’è anche una sottile guerra di cani.

Cani lungo il muro a Betlemme

Cani lungo il muro a Betlemme

Muin Masri, palestinese di Neblus che ora vive in Italia, nel suo blog spiega che quando i soldati hanno capito che i palestinesi, come in tutto il mondo islamico, “non sono amici dei cani, anzi, non possono aver con essi nessun rapporto amichevole (così voleva il Profeta; il cane per noi è un animale impuro e deve stare ad una distanza minima di sette metri) hanno deciso di provocarci”.

Così, ogni tanto, una quantità imprecisata di cani randagi recuperati in Israele viene trasferita in Palestina.  

“Di tutte le razze e le taglie da un giorno all’altro passano da una vita serena e tranquilla ad un’altra fatta di fughe e miserie, profughi come noi. Qualcuno di loro conserva ancora un po’ l’aspetto borghese.

Poveri cani! Sono costretti a vivere in clandestinità permanente perché di giorno sono molestati e umiliati da noi e di notte, vicino alla discarica dei mercati generali, diventano un bersaglio perfetto per i soldati che si allenano al tiro a segno passando con le loro jeep ad alta velocità”. (mp)

 


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