Estrazione con il tag " Palestina"
lug 23, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

La guerra dei cani

La mancanza di pace non risparmia proprio nessuno. Nemmeno gli animali.

Nella nostra settimana in Palestina ho visto decine di cani randagi sul far della sera, quando fa meno caldo e i bus turistici sono rientrati in hotel, vagare per Betlemme e Beit Jala. E di giorno ripararsi all’ombra del muro.

Li ho sentiti nella notte chiamarsi abbaiando o guaendo sotto le finestre della mia camera.

Ho incontrato anche gatti. Non molti per la verità. Con il muso affilato, per via di quei geni orientali che li fanno così diversi dai nostri.  Spellacchiati e impauriti, erano sempre alla ricerca di qualcosa da mangiare fra le immondizie della città.

Una sera, nel centro di Beit Jala, alcuni ragazzi passeggiavano sul marciapiede con uno splendido arabo grigio (e non patito: gli arabi amano i cavalli).

In centro a Nablus ho visto perfino una cicogna in gabbia in un negozio che teneva anche animali. Era in vendita. Ho scoperto così che l’85% delle cicogne bianche sorvola queste terre nelle loro lunghe migrazioni.

Sempre a Nablus ho saputo che fra israeliani e palestinesi c’è anche una sottile guerra di cani.

Cani lungo il muro a Betlemme

Cani lungo il muro a Betlemme

Muin Masri, palestinese di Neblus che ora vive in Italia, nel suo blog spiega che quando i soldati hanno capito che i palestinesi, come in tutto il mondo islamico, “non sono amici dei cani, anzi, non possono aver con essi nessun rapporto amichevole (così voleva il Profeta; il cane per noi è un animale impuro e deve stare ad una distanza minima di sette metri) hanno deciso di provocarci”.

Così, ogni tanto, una quantità imprecisata di cani randagi recuperati in Israele viene trasferita in Palestina.  

“Di tutte le razze e le taglie da un giorno all’altro passano da una vita serena e tranquilla ad un’altra fatta di fughe e miserie, profughi come noi. Qualcuno di loro conserva ancora un po’ l’aspetto borghese.

Poveri cani! Sono costretti a vivere in clandestinità permanente perché di giorno sono molestati e umiliati da noi e di notte, vicino alla discarica dei mercati generali, diventano un bersaglio perfetto per i soldati che si allenano al tiro a segno passando con le loro jeep ad alta velocità”. (mp)

 

lug 18, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Donne, timo, salvia e cardamomo

Ogni mattina Hamda si sveglia alle 4 e mezza. La sua giornata inizia con la preghiera e con il pane da impastare e infornare prima dell’alba.

Con il velo bianco in testa e nel suo lungo abito nero si muove come una regina senza regno. Prepara la colazione ai suoi sette figli, li veste e li sistema per la scuola.

Prepara la colazione al marito e l’accompagna alla porta augurandogli buon lavoro. Pulisce casa e controlla l’orto e poi va in ufficio. Alla coperativa di donne che essicano e macinano le spezie e di cui è la tesoriera.

Hamda lavora qui tutta la mattina. Se riesce va anche a cogliere la salvia e tutte le spezie che crescono odorose fra queste colline appena fuori Nablus, qualche decina di chilometri da Ramallah.

Verso el 13 torna a casa. Ci sono i bambini da sfamare, il marito che rientra stanco, i compiti di scuola da correggere, la cena, le preghiere, i lavori di cucito, i pomodori dell’orto. E i conti della cooperativa.

Profumano di timo, salvia, cardamomo e alloro i piccoli locali di questa sua cooperativa nata appena due mesi fa e che raccoglie 89 donne di cui 19 lavorano qui.

Nella corte di questa vecchia casa restaurata con il contributo della cooperazione svedese, Hamda e le sue compagne essicano, macinano e vendono le spezie di Palestina. E intrecciano cesti di ulivo.

La materia prima, quando non vanno a raccoglierla, la comprano da altre piccole cooperative. Di donne però. Perché credono nel principio di sostenere altre donne.

Il loro per ora è un mercato locale che ben conoscono. Prima di unirsi, ognuna lavorava per conto proprio a casa. Ora insieme sono più forti e sicure.

Dalle cooperative di risparmio e credito – legate al Parc, l’organizzazione palestinese con cui Cassa Padana è in contatto da alcuni anni – hanno i prestiti che consentono di crescere e investire, nei macchinari per esempio. Dalle altre donne la consapevolezza di essere sulla giusta strada per aiutare i figli nel loro futuro.

Per mandarli all’università servono soldi. E lo stipendio del marito non basta mai.

Ecco perché da una decina d’anni le donne di palestina sono sempre più attive nell’economia. Perché è sulle loro spalle e sul loro cuore che grava tutto il peso e l’impegno della famiglia.

La loro fatica quotidiana è il segno concreto del desiderio di pace e normalità che anima la Palestina. Della volontà di riscatto da una vita costretta fra i check point e la difficoltà di arrivare a fine mese.

Prove di resistenza economica vicino al muro di Betlemme

Prove di resistenza economica vicino al muro di Betlemme

 

Della caparbietà gentile nel progettare il futuro in termini concreti e positivi. Per la libertà dei figli.

Ma non basta a queste donne portare a casa i soldi. Vogliono di più. Anche dal punto di vista culturale.

Ecco perché a Al Dar Khalil Palace assieme all’essicatoio c’è anche una bibliotecacon alcune migliaia di libri. Tremila (con tavoli e sedie) sono arrivati in dono da una Ong tedesca. Un altro migliaio dal Comune.

E gli stessi tedeschi le hanno aiutate ad allestire un’aula informatica con 25 computer. Ovviamente connessi a Internet. Per i loro figli, che la rete la abitano come tutti i coetani del mondo, ma anche per il loro profumato commercio. (mp)

lug 18, 2012 - Luglio 2012    Non ci sono commenti

Terra esagerata e dolente

Questa è una terra esagerata. Tutta bianca la mattina. Tutta rosa alla sera. Alle 9 sono già 37 gradi. Nel primo pomeriggio si arriva a 40.

Verso il deserto, dopo Betlemme

Verso il deserto, dopo Betlemme

Una terra esagerata perché se in qualunque altro posto del mondo Dio è una teoria o un atto di fede, qui è una presenza tangibile che ti viene ricordata in ogni momento.

Che parla dolente attraverso i suoni concitati di Betlemme e Gerusalemme. Il canto del muezzin. Il suono delle campane.

Quando nel 1967 l’esercito israeliano entrò a Gerusalemme, c’erano anche lo scrittore Amos Oz e il nobel Elie Wiesel.

A Gerusalemme

A Gerusalemme

Loro come tutti gli altri volevano a tutti i costi, e subito, vedere vivere la Bibbia. Toccare con mano i luoghi sacri. Fermarsi sul monte degli ulivi. Attraversare la spianata dei templi. Rincorrere i profeti.

Qui vaga fra gli ulivi assetati il Dio dei cristiani. Il Dio degli ebrei. Il Dio dei mussulmani.

Il muro vicino a Betlemme

Il muro vicino a Betlemme

Eppure gli ebrei non conoscono i mussulmani e i mussulmani non conoscono gli ebrei. Vivono fianco a fianco gli israeliani e i palestinesi, senza sapere nulla gli uni degli altri. Senza voler sapere nulla.

Qualche tempo fa, nelle scuole, hanno chiesto ai bambini isareliani di disegnare i palestinesi. E ai bambini palestinesi di disegnare gli israeliani.

I primi hanno raccontato dei mostri. I secondi dei militari. (mp)

mag 21, 2009 - Maggio 2009    Non ci sono commenti

Cassa Padana, missione in Palestina

Un viaggio in Palestina è, nella mente di chi non ci è mai stato, sempre motivo di grandi aspettative che raramente ci si aspetta di vedere frustrate se solo si pensa a quale crocevia di razze, religioni, culture, storia e aspirazioni siano state e rappresentino tuttora i luoghi calpestati da patriarchi, profeti e messia di Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

E, in realtá, questa terra dalla luce cosí abbacinante non delude nemmeno chi ci va non per un pellegrinaggio nella storia o nelle pieghe della propria fede, ma per capire come aiutarne lo sviluppo come è successo a noi di Cassa Padana, in Palestina per una missione davvero speciale.

Cassa Padana è  stata infatti invitata a conoscere la realtá economica, finanziaria ed istituzionale della Palestina, e in particolare della Cisgiordania, dalla Regione Lombardia, che da anni tesse relazioni con i Territori Occupati. La missione, volata in Palestina nella settimana dal 19 al 24 maggio, era composta da Cassa Padana, dal Credito Cooperativo dell’Adda e del Cremasco, dalla Federazione Lombarda delle banche di credito cooperativo e guidata da Christian Zaknoun, palestinese residente in Italia.

Muro Palestina

Ramallah, checkpoint - bambini che tirano le pietre

Insieme abbiamo toccato punti nevralgici dell’area,  tra Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. Qui abbiamo avuto modo di conoscere l’Autoritá Monetaria Palestinese, l’Universitá di Betlemme, l’Ospedale di Medicina Riabilitativa BASR di Beit Jala, imprenditori ed esponenti del mondo finanziario, politico e religioso che operano nei Territori. Il prossimo luglio una missione composta dall’Autoritá Monetaria e da politici palestinesi visiterá l’Italia per conoscerne il movimento di credito cooperativo.

La Palestina è una regione alla ricerca della propria identitá, dove la commistione si percepisce subito appena si realizza che non esiste una moneta palestinese ma che shekel israeliani, dinari giordani, dollari nordamericani ed euro sono perfetti sostituti nel regolare qualsiasi transazione commerciale.

La sua bancarizzazione è di un’entitá finanziaria ogni 20.000 abitanti e le banche che vi operano sono soprattutto straniere, con un ruolo di spicco di quelle giordane, ma esistono anche alcune banche locali. L’Autoritá Monetaria Palestinese, il cui scopo non è la costituzione di una moneta unica ma la stabilità del sistema, ci spiega che esiste risparmio nell’area, ma l’instabilitá che l’ha caratterizzata da sempre ha portato molte persone a non considerare nemmeno la possibilitá di depositarlo in una banca, privilegiando l’acquisto di monete d’oro, custodite nelle case e vendute al mercato nel momento del bisogno.

La decennale ricerca di una identità emerge in tutta la sua prepotenza e drammaticitá, poi, nel perenne conflitto che non ha come unica direttrice l’antagonismo tra ebrei e musulmani, ma è destino ineluttabile della minoranza araba cristiana, percepita come corpo estraneo dagli israeliani in quanto araba e dai palestinesi musulmani perché cristiana e, quindi, crociata.

 

Sottaceti nel souq di Gerusalemme

 

La Palestina è un coacervo di razze e culture che vivono nello stesso posto senza realmente convivere, un insieme di diritti di proprietá su ogni singola pietra tramandati da secoli, che sfociano in uno status quo inviolabile a pena di guerre fratricide e che fanno sí che una scala posta sulla facciata del Santo Sepolcro di Gerusalemme sia ferma ed intoccabile da almeno 150 anni.

I Territori Occupati e in particolare la Cisgiordania, inondati di soldi che spesso hanno portato ad un assistenzialismo senza futuro, sono uno stato senza uno stato, corredato di governo e istituzioni, ma che di fatto non puó operare efficacemente a causa di un muro, in alcuni punti alto due volte quello di Berlino, e dall’impossibilitá di accesso per i palestinesi alle strade principali della Cisgiordania, elementi questi che hanno anche un ovvio impatto sull’economia della regione. I Territori sono quindi una costellazione di isole, di cittá non connesse tra loro e che non possono comunicare secondo un “divide et impera” a noi molto familiare. Gli spostamenti e la vita dei palestinesi sono regolati da continui controlli ai check point che, nei casi piú fortunati, rendono un viaggio di pochi chilometri lungo ore d’attesa, nei casi peggiori, dividono famiglie intere per anni.

Di questo ci ha parlato Edmond Shehadeh, direttore del Bethlehem Arab Society for Rehabilitation, un ospedale specializzato in riabilitazione e nel miglioramento della qualitá di vita delle persone diversamente abili. La sua casa centenaria, teatro di un’indimenticabile cena palestinese con vari esponenti di spicco della comunitá araba cristiana di Betlemme, è stata in diverse occasioni bombardata dagli israeliani o occupata dal loro esercito per piú giorni, durante i quali nemmeno le piante dei vasi sono state risparmiate ai controlli maniacali e manichei che possono toccare a sfortunati turisti e alle loro valigie all’aeroporto di Tel Aviv.

L’ospedale di Edmond si occupa dei disabili e cerca di alleviarne le sofferenze curandoli e dando loro un ruolo attivo e degno nella societá: i disabili portano cioè sviluppo nella comunitá dando diritti ai non disabili attraverso la creazione, ad esempio, di giardini per farci giocare i loro figli e di lavoro ed empowerment per le donne, portando cioè ogni persona ad accettare l’altro nella sua diversità.

La Cupola della Roccia

In una terra come questa in cui non c’è una vera e propria cultura della condivisione, dove le persone di diversa razza e religione non sono abituate a collaborare per uno stesso scopo e su uno stesso progetto, c’è bisogno di persone come Edmond che dedicano la propria vita a far emergere i talenti di tutti a beneficio di tutti e che per questo godono dell’enorme fiducia non solo dei membri della propria comunità di riferimento ma anche degli esponenti di spicco delle altre comunitá.

In questa terra cosí piena di talenti e di gente capace, cosí ricca di risorse inespresse, sará comunque non immediato convincere le persone a creare una cassa cooperativa, a mettere i soldi in un posto in cui si vive sotto occupazione, in cui da un momento all’altro si puó essere obbligati ad andarsene dalle proprie case, dalla propria terra e dai luoghi di approvvigionamento dell’acqua, in cui non c’è certezza di niente. Ma, forse, questa futura cassa di Betlemme potrá essere per loro, alla stregua dell’acquisto dei soli prodotti palestinesi, un nuovo modo di combattere l’occupazione.

eb


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